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Dal 2004 il blog di Antonio Troise

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lug 17 2009

Come risolvere il problema del Macbook Pro che a batteria scarica non va in stop ma si spegne improvvisamente

Posted by Antonio Troise
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Avete presente la rabbia mista a frustrazione di quando il vostro portatile si spegne improvvisamente mentre state lavorando, con l’inevitabile conseguenze di perdere tutto il lavoro non salvato? Ebbene è una sensazione che ho provato più volte questi giorni in quanto il mio Macbook Pro, quando non era alimentato a corrente, si spegneva improvvisamente in prossimità del termine della carica della batteria.

Di solito nelle mie sessioni di lavoro, la mattina accendo il portatile e lo lascio alimentato solo dalla batteria. Solo quando Mac OS X mi mostra il popup di avviso che mancano pochi minuti al termine della carica della batteria, mi appresto ad alimentarlo a corrente. Ma spesso, magari perché impegnato, non ho tempo di collegarlo ad una presa di corrente e, fiducioso nell’ottima sistema di sospensione del Macbook Pro, lo lascio andare lentamente in stop. Questa modalità, attivabile anche chiudendo lo schermo del proprio portatile, permette al sistema di salvare il contenuto della memoria sul disco appena prima di mandare in standby il portatile (e solo dopo spegne il monitor e arresta del disco rigido) e al successivo accesso, in pochi secondi i dati di sistema, programmi e documenti vengo immediatamente ripristinati come erano stato lasciati. La leggenda dei Mac Users narra del famoso “respiro del Mac“, quella flebile lucetta che lampeggia variando gradualmente la propria luminosità e che sta ad indicare, senza ombra di dubbio che il Mac sta riposando.

Ovviamente questo è possibile solo se tutto nel sistema, dalla batteria al sistema di controllo della carica della batteria, funziona a dovere: perché tutto deve essere perfettamente sincronizzato! Quando mancano pochi minuti al termine della carica, il computer passa automaticamente in modalità di sospensione e ciò è possibile solo perché, anche a batteria scarica è possibile ancora usufruire di una piccola carica di riserva per mantenere il computer in modalità di stop per un determinato periodo. E’ solo quando la carica della batteria si esaurisce completamente (poiché magari non si è fatto in tempo a trovare una presa di corrente e collegare l’alimentatore), il computer viene spento definitivamente e solo in questo caso si potrebbero perdere i file aperti.

Il problema nel mio Macbook Pro era che, per qualche motivo che non riuscivo a capire, questa procedura non veniva eseguita in tempo. Dopo alcune prove constatai che lo spegnimento improvviso del portatile avveniva anche quando mancavano 40-45 minuti al termine della carica della batteria. In pratica sembrava che o la batteria non riuscisse più a tenere la carica oppure che il sistema di controllo dell’alimentazione non riuscisse più rilevare la reale carica e ritrovandosi poi con una carica troppo bassa per eseguire le operazioni di salvataggio dei dati in memoria e per entrare in stop.

Calibrazione della batteria

Per tentare di risolvere il problema, ho provato, quindi una calibrazione della batteria del mio Macbook Pro, seguendo la seguente procedura:

  • Collegare l’alimentatore e caricare completamente la batteria del computer PowerBook fino a quando l’anello illuminato o il LED sull’alimentatore non diventa verde e il misuratore nella barra dei menu a video non indica che la batteria è completamente carica.
  • Permettere alla batteria di riposare in stato di carica completa per almeno due ore. In questo tempo è possibile utilizzare il computer, purché l’alimentatore sia collegato.
  • Scollega l’alimentatore con il computer ancora acceso e inizia ad alimentarlo dalla batteria. In questo lasso di tempo puoi utilizzare il computer. Quando la batteria si sta scaricando, viene visualizzato sullo schermo la finestra di avviso di batteria scarica.
  • A questo punto, salva il tuo lavoro. Continua a utilizzare il computer; quando la batteria si sarà scaricata, il computer passerà automaticamente in modalità stop.
  • Spegnere il computer o lasciarlo inattivo per almeno cinque ore.
  • Collegare l’alimentatore e lasciarlo collegato fino a quando la batteria non è di nuovo completamente carica.

Purtroppo il problema continuava a persistere. Ho così cominciato a pensare di dover ricomprare una nuova batteria per il mio portatile, ma il costo un po’ eccessivo della stessa (139€), mi ha incoraggiato ad eseguire nuove prove.

Reset SMC

Andando sul sito di supporto della Apple, ho trovato due procedure interessanti. La prima che ho eseguito è stata il reset del controller di gestione del sistema (SMC – System Management Controller sui Mac Intel, PMU – Power Management Unit sui Mac PowerPC). In pratica, l’SMC è un circuito integrato il cui compito è la gestione dell’alimentazione del computer. Il circuito controlla la retroilluminazione, la decelerazione del disco rigido, la modalità di stop e attivazione, alcuni aspetti della ricarica, il trackpad e alcune funzioni di ingresso/uscita relative alla modalità di stop del computer.

In linea di massima, si dovrebbe resettare il Power Manager del Mac se si hanno problemi con impostazioni apparentemente ‘bloccate’ o indicatori non funzionanti, soprattutto quelli presenti sull’hardware stesso (l’indicatore sull’alimentatore o sulla batteria). In particolare, come riportato su un articolo di MacFixIt:

  • La batteria non si sta caricando in maniera appropriata.
  • L’illuminazione dello schermo non funziona come dovrebbe.
  • La retroilluminazione della tastiera non funziona.
  • Le ventole girano al massimo costantemente.
  • Il pulsante di accensione/spegnimento non funziona correttamente.
  • La chiusura/apertura del coperchio non manda in stop/risveglia il Mac portatile.
  • Le porte non ricevono alimentazione.
  • I dispositivi esterni collegati al Mac non vengono riconosciuti.
  • Componenti interne come AirPort e Bluetooth non si attivano.
  • Il Mac si spegne improvvisamente.

Secondo la pagina del supporto Apple, col tempo, le impostazioni nell’SMC possono diventare inutilizzabili e questo può causare anomalie di funzionamento nel computer, quali appunto, problemi nell’uscita/ingresso della modalità Stop.

Ecco, quindi, come resettare la SMC su un MacBook Pro:

  • Se il computer è acceso, spegnilo.
  • Stacca l’alimentatore CA e rimuovi la batteria del computer.
  • Tieni premuto il pulsante di accensione per 5 secondi, quindi rilascia il pulsante.
  • Ricollega la batteria e l’alimentatore CA.
  • Premi il pulsante di accensione per riavviare il computer.

Purtroppo, anche se ero fiducioso, poiché questa soluzione sembrava risolvere esattamente il problema da cui ero afflitto, il mio Macbook Pro, dopo aver eseguito la procedura, continuava ancora non entrare nella modalità di sospensione!

Reset PRAM e NVRAM

Come ultimo passo, quindi, prima di comprare una nuova e costosa batteria, decisi di eseguire la reimpostazione della PRAM e della NVRAM del mio Macbook Pro. Dovete infatti sapere che la PRAM (Parameter Random Access Memory – RAM Parametrica) è una piccola porzione di RAM ‘non volatile’ (NVRAM) che mantiene una serie di impostazioni utilizzabili dal sistema prima che il sistema operativo venga caricato; tali impostazioni vengono mantenute anche quando si spegne il Mac, grazie ad una piccola batteria tampone sulla scheda madre del computer.

Questa volta, invece, non ero molto convinto della sua effettiva utilità in quanto, il consiglio di resettare la PRAM viene sempre dato quando non si sa più che pesci pigliare. Infatti, dagli albori, quando i Mac presentavano dei problemi, il consiglio più frequente è stato quello di ‘resettare la PRAM’. In realtà il mio problema non sembrava rientrare nel seguente elenco di problemi suggeriti da articolo di MacFixIt per cui un reset della PRAM può essere d’aiuto:

  • Le impostazioni del volume cambiano o non rimangono impostate.
  • Le risoluzioni video non rimangono impostate o non sono tutte disponibili.
  • Le impostazioni di orologio e fuso orario non rimangono coerenti.
  • Il volume di avvio non è impostato (appare per un istante la cartella con il punto interrogativo prima del boot)
  • Le impostazioni di velocità ripetizione tasti del pannello Tastiera cambiano o non rimangono fissate.
  • I valori di velocità di spostamento e di doppio clic del mouse cambiano o non rimangono impostati.
  • Problemi con i font di sistema.

Ma dato che non è una procedura dannosa per il Mac (al massimo è possibile riscontrare una variazione inaspettata delle impostazioni come il cambio del volume di boot, o il volume degli altoparlanti che ritorna ai valori di default, ma anche la velocità del puntatore o la velocità di ripetizione tasti), ho deciso di eseguirla comunque.

Ecco la procedura per eseguire il reset della PRAM e NVRAM su un Macbook Pro:

  • Spegni il computer.
  • Individua i tasti seguenti sulla tastiera: Comando, Opzione, P e R. Nel passaggio 4 sarà necessario tenerli premuti contemporaneamente.
  • Accendi il computer.
  • Premi e tieni premuti i tasti Comando+Opzione+P+R (Mela+Alt+P+R). Premi la combinazione di tasti prima che sia visualizzata la schermata grigia.
  • Tieni premuti i tasti finché il computer non si è riavviato e finché non senti il suono di avvio per la seconda volta.
  • Rilascia i tasti.

E con mia grande sorpresa il mio portatile ha finalmente ripreso a funzionare correttamente, tornando ad entrare in modalità di sospensione automaticamente come aveva sempre fatto. Il bello è che, probabilmente, se avessi comprato una nuova batteria il problema sarebbe comunque rimasto in quanto era semplicemente un problema software piuttosto che hardware (nei vecchi portatili, come si legge dalla documentazione Apple, la sostituzione di una batteria mentre il computer è in stop causerebbe anche l’azzeramento di NVRAM e/o di Power Manager, risolvendo involontariamente il problema software)!

Tag:Apple, batteria, macbook pro
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mar 23 2009

SeisMac: come trasformare il vostro portatile Mac in un sismografo low cost e contribuire allo studio dei terremoti in scala locale

Posted by Antonio Troise
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Oggi sono venuto a conoscenza di un nuovo software dalle caratteristiche davvero peculiari per scopi davvero originali. Si chiama SeisMac, ed è una applicazione gratuita solo per Mac OS X che permette di contribuire al rilevamento di terremoti grazie al sensore presente in molti modelli di Mac portatili in commercio dal 2005 in poi, trasformando di fatto il proprio MacBook o Macbook Pro (ma anche iBook e Powerbook) in un vero e proprio sismografo low cost.

Realizzato in collaborazione con l’Istituto di Ricerca Sismologica IRIS, SeisMac 2.0 è in grado mostrare le onde sismiche su tre assi in un grafico in tempo reale, dopo aver opportunamente tarato i sensori con SeisMaCalibrate, e di inviare ogni 15 minuti tutti i dati ad un server per la condivisione immediata dei dati raccolti e coordinata da un gruppo dei geofisici della South California University. E’ possibile visionare cosa registrano tutti i portatili della rete direttamente dalla mappa interattiva sul sito del progetto, oppure scaricando e installando QCNLive che permette di avere, con una grafica accattivante, un colpo d’occhio sulle situazione nel mondo.

QCN World Map

Nonostante apparentemente non avrebbe senso affidare la credibilità di un movimento naturale ad un solo strumento, come un computer portatile soggetto frequentemente a movimenti accidentali non dovuti ai terremoti, c’è anche da considerare che una scossa naturale si distingue dalle altre per il fatto che è segnalata contemporaneamente da una molteplicità di computer distanti fra loro evitando i falsi allarmi.

SeisMac
Lo scopo di SeisMac

Resta comunque il fatto che SeisMac 2.0 (e il progetto relativo) risulta, finora, l’unico software che sfrutta i sensori di movimento (Sudden Motion Sensor, il sensore che rileva i movimenti bruschi per distaccare l’hard disk preservandone il contenuto in caso di caduta) senza fini ludici (come SmackBook Pro, MacSaber e Bubblegym) ma con un fine ben preciso e di valore. Infatti, i terremoti si manifestano con una variabilità di effetti da un posto all’altro, o addirittura da un edificio all’altro, in funzione, per esempio, delle caratteristiche del suolo e dei criteri costruttivi. Avere dati puntuali aiuta a costruire le cosiddette mappe macrosismiche che descrivono in dettaglio gli effetti di un terremoto da zona a zona e che servono, in ultima analisi, per progettare meglio l’edilizia e l’urbanistica anti sismica.

La situazione in Italia

Non so quanto, però, questa rete di computer possa essere utile, almeno in Italia. Tralasciando il fatto che in una piccola percentuale di casi i dati prelevati possano essere falsati dal fatto che, magari, durante una scossa sismica il computer potrebbe essere spostato dalla sua posizione, alterando i valori registrati, è evidente che nel nostro paese, la rete di computer sarà molto meno fitta dato che il numero di Mac presenti sono una piccola percentuale rispetto a quelli sul territorio americano, dove attualmente il progetto, noto come Quake-Catcher Network, sembra aver preso piede. Non per questo mi sento però di non avallare il progetto che ha tutta la piena approvazione!

Tag:mac, Mac os x, macbook, macbook pro, portatile, sismica, sismografo, Software, terremoto
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ott 17 2008

Diremo presto addio al Firewire? Perché Apple ha abbandonato questo standard e i 4 principali problemi che incontreranno i possessori dei nuovi Macbook

Posted by Antonio Troise
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Che uno standard venga soppiantato da un altro per via del fatto che diventi obsoleto, magari perché meno veloce (come accadde tra l’USB 1.1 e USB 2.0), è un fatto normale in tecnologia. Un po’ meno, anche se è accaduto più spesso di quanto uno si aspetterebbe, che uno standard migliore venga soppiantato da uno che è tecnologicamente inferiore ma molto più diffuso (come accadde tra VHS e Betamax). Ancor meno che una società, come Apple, che ha da sempre sponsorizzato lo standard Firewire, decida ad un tratto di non renderlo più presente nei suoi Macbook e nel LED Cinema Display da 24″ (che ha solo un hub USB), sostituendolo con il più diffuso USB, e lasciandolo, nella sua versione a 800 MB/s (visto che con un semplice adattatore si possono interfacciare dispositivi FW400 con un ingresso FW800), solo nella fascia più professionale dei portatili.
In realtà, non è la prima volta che Apple abbandona le Firewire nei suoi prodotti consumer: è accaduto, infatti, che con gli iPod di 5° generazione la porta Firewire è stata sostituita da una USB, ma il motivo principale era che si doveva rendere il lettore musicale compatibile con tutti i PC Windows (che solitamente era senza porta Firewire), visto che inizialmente l’iPod era nato solo per piattaforma Mac.

Firewire 400 to Firewire 800

La scomparsa della Firewire 400 nella fascia più economica dei laptop Apple, ha creato discussioni a non finire sul web e tutti si chiedono perché la società di Cupertino non abbia abbandonato solamente il vecchio Firewire 400 lasciando almeno un ingresso Firewire 800.

Ma, prima di analizzare nel dettaglio gli eventi, sarà bene fare un breve excursus sulle origini del Firewire, per poi passare ad analizzare i 4 principali problemi che incontreranno coloro che compreranno il nuovo Macbook, fino ad arrivare alle ipotesi finali sul perché Apple si sia comportata in questo modo.

Le origini del Firewire

La tecnologia di connessione ad alta velocità IEEE 1394 è stata creata da Apple nel 1995 e introdotta nel mondo informatico il 13 settembre 2000 sui portatili di fascia consumer con la FireWire 400. Questo nuovo standard portava al pubblico la facilità del montaggio video grazie al primo iMovie, quando ancora sulla maggioranza dei Pc nemmeno era considerata l’USB e l’unica alternativa per avere connessioni veloci era usare le catene SCSI (ma che avevano il grande svantaggio di non poter essere collegate a caldo).

Nonostante sulla carta l’USB 2.0 fosse leggermente più veloce (480 Mb/s contro 400 MB/s), nella pratica Firewire è sempre stato superiore all’USB 2.0 nel trasferimento dati grazie alla sua robustezza e alla sua banda dati passante notevolmente più ampia. Inoltre, grazie al fatto di poter garantire una velocità costante nella trasmissione del flusso video e, più in generale, di grandi quantità di dati, fu scelto come standard de facto per le videocamere in Digital Video (DV).

Problema 1: Nessun supporto per i dischi esterni Firewire

L’assenza della Firewire limita le scelte di chi, come me, possiede già dischi esterni Firewire visto che, al momento, non esistono in commercio adattatori per passare da un formato USB ad uno Firewire, rendendo di fatto inutilizzabili questi hard disk esterni, a meno che non si abbia anche un doppio ingresso USB come certi previdenti produttori hanno previsto.

Drive Firewire


Problema 2: Supporto parziale delle videocamere USB AVCHD

Ad oggi, l’ultima versione di iMovie 08 supporta anche l’acquisizione video da USB 2.0 delle videocamere AVCHD, anche se, come ho potuto constatare spesso, i formati video non sono ancora del tutto gestiti correttamente! Indubbiamente le telecamere AVCHD sono molto più pratiche di quelle DV o miniDV, poiché sono in grado di effettuare una registrazione tapeless, ovvero non sequenziale su nastro, ma direttamente come file. Dovendo, quindi, trasferire un file e non un flusso video, è facile intuire che, non è più necessario disporre di una velocità costante nella trasmissione del flusso video, e quindi può essere usato lo standard USB al posto di quello Firewire.

Fireware DV video editing

Però, io credo, che finché i Mac non gestiranno correttamente tutte le telecamere AVCHD, allora la scelta di abolire la connessione Firewire non ha senso. Se è vero che l’utente non professionale tende a scegliere un portatile entry level come un Macbook al posto di un Macbook Pro, è anche vero che, con lo stesso ragionamento, si suppone che possa scegliere anche una telecamera AVCHD al posto di una DV poiché, anche se sono più compatte e registrano direttamente su disco fisso, la loro qualità è nettamente inferiore, tanto da non essere ritenute accettabili da una buona parte dell’utenza che fa un uso minimamente intensivo del video. Infatti la maggior parte di queste telecamere, ad eccezione di quelle in alta definizione (anche se, comunque, alcune sono ancora legate al Firewire), registrano in MPEG2, e su uno schermo a 32” vi assicuro che la differenza si vede nettamente.

La questione quindi è: che senso ha eliminare uno standard (DV: Firewire) se prima non si risolvono i problemi di compatibilità con l’altro formato (AVCHD: USB)?

Leggendo le varie discussioni sparse per la rete, uno dei principali motivi di contestazione è nel fatto che chi ha intenzione di fare video digitale usando formati che consentono una post lavorazione (non necessariamente professionale, come il DV non compresso), non trova più una risposta nel MacBook.

La mia esperienza diretta mi ha portato a combattere spesso con le telecamere USB. Io ho una Sony Handycam con Hard Disk da 30GB e nativamente iMovie e Quicktime non leggono il formato video della mia telecamera (solo VLC, al solito, vi riesce e iDive, un ottimo catalogatore di video digitale che non ha, però, niente a che vedere con lo stato dell’arte di iTunes e iPhoto). Il problema, quindi, è che non sono mai riuscito a montare video proveniente dalla mia telecamera AVCHD semplicemente importandolo da iMovie, bensì deve sempre prima effettuare una preventiva conversione in MOV con ffmpegX, con la conseguente perdita di tempo (almeno paio d’ore). Tutto questo, invece, non accadeva, quando usavo la mia vecchia, ma qualitativamente migliore, telecamera Mini-DV.

Problema 3: Schede audio Firewire

Il problema, in ogni caso, rimane per le schede audio: da quelle economiche a quelle professionali, la connessione avviene via Firewire, proprio perché consente un flusso dati costante e una banda notevole. Solo su quelle Firewire è, infatti, garantita la registrazione multitraccia, mentre su quelle USB spesso non viene supportata.

Audio Firewire

Su molti siti dedicati alla musica, il consiglio diventa di acquistare il modello entry level fintanto che sarà disponibile. I musicisti, infatti, soffrono particolarmente della mancanza di questo tipo di connessione poiché molte apparecchiature audio di livello professionale si interfacciano solo attraverso Firewire, e un aggiornamento del portatile significherebbe di fatto vanificare migliaia di euro di investimento.

Problema 4: Firewire Target Disk Mode

Un quarto argomento tirato in ballo quando si parlava dei problemi che si incontravano dal momento in cui si è eliminata la porta Firewire sui portatili entry level, è quello relativo all’impossibilità di usare il Firewire Target Disk Mode, ovvero la modalità con cui qualunque Mac viene temporaneamente trasformato in un semplice hard disk esterno per trasferire facilmente file, se il computer è collegato via Firewire ad un altro e all’avvio premiamo il tasto T sulla tastiera.

Firewire Target Disk Mode

Indispensabile per le assistenze tecniche, questa funzione è anche parte del processo che Apple consiglia per migrare da un Mac ad un altro Mac i proprio documenti e le proprie preferenze. In qualche forum si legge di amministratori di sistema che si dichiarano pronti a passare a PC a fronte dell’impossibilità di usare il target mode: “visto che si deve spendere del tempo, tanto vale spenderlo per passare da Mac a PC e si spende meno“.

E’ notizia di oggi, però, che, per supplire alla mancanza di porta Firewire e dare comunque la possibilità di migrare applicazioni e dati da un Mac all’altro, il sistema operativo dei MacBook di nuova generazione è stato aggiornato con il Migration Assistant via Ethernet, dando accesso a questa funzione via ethernet e via wireless, anche se la cosa è sconsigliabile per questioni di stabilità e velocità.
Quel che l’aggiornamento non è in grado di fare è abilitare l’uso del Target Mode; Apple non ha aggiornato questa interessante funzione per renderla utilizzabile via USB.

Firewire Target Disk Mode

Vedere sparire questa peculiarità unica del mondo Mac e che contribuiva a renderlo sostanzialmente diverso da un comune PC, è un vero peccato, anche perché non esiste un equivalente di tale tecnologia nelle specifiche dell’USB. Ciò significa che per tutti coloro che acquisteranno un portatile Macbook, d’ora in avanti i dati andranno trasferiti solamente tramite network o da un backup esistente.

Le ipotesi per spiegare la mossa di Apple

C’è chi teorizza che, probabilmente Apple, togliendo la Firewire dalle macchine entry level, abbia cercato di spingere i professionisti del video e dell’audio ad acquistare solo i MacBook Pro con la scusa che hanno schede video e software (FinalCut) più adatti al loro scopo. Ciò farebbe pensare, quindi, che Apple abbia pensato che i “dilettanti”, invece, dovrebbe accontentarsi solamente della connessione USB ed iMovie, da collegare con la crescente pletora di telecamere Usb, lasciando ai professionisti le porte Firewire per l’audio e il video, creando un marcato segno distintivo del target consumer.

Macbook Firewire

Altri, invece, non credendo che un ingresso in più o in meno possa stravolgere il design di un prodotto, probabilmente l’ipotesi più plausibile è che forse si è voluto distinguere maggiormente, il Macbook dal Macbook Pro che, ad eccezione delle dimensioni dello schermo, della scheda grafica (integrata e non) e dal processore (più o meno veloce), sembrano del tutto uguali!

Conclusioni

In definitiva, quindi, al momento chi vuole a tutti i costi un Macbook con Firewire ma pensa che i Pro siano troppo costosi, è rimasto solamente il vecchio MacBook bianco con case in plastica, che oltre ad avere la porta Firewire, è anche dotato di masterizzatore DVD al costo di appena solo 949 euro. Certamente la scheda grafica integrata Intel è meno veloce di quella nuova della nVidia (e ciò potrà risentirne il montaggio video), ma almeno si potrà disporre di una comoda stazione portatile per il video alla portata di tutte le tasche.

UPDATE: Sulla rete sta iniziando a circolare, per i più nostalgici, questo video ripreso durante l’evento Mac di inizio anno 1999. Nel filmato Steve Jobs presenta al pubblico il Firewire con queste parole:

“Che cos’è il FireWire? Pensate al FireWire come ad un USB, ma piuttosto che veicolare 12 megabits-per-secondo riesce a raggiungere la ragguardevole velocità di 400 megabits-per-secondo,” dice Jobs. “Ed è già uno standard di fatto.“

UPDATE 2: Da Les Numériques arriva una notizia interessante: a giudicare dai test comparativi condotti, la porta USB 2.0 dei nuovi MacBook Pro ha finalmente prestazioni paragonabili alla FireWire, proprio quando la FireWire sparisce di circolazione.
Le performance dell’USB sono da sempre la spina nel fianco di ogni mac user; è infatti risaputo che a parità di Mac e disco esterno USB, un semplice trasferimento file avviene più velocemente se eseguito sotto Boot Camp e Windows che sotto OS X. Ora però assistiamo ad un netto miglioramento della bontà dei driver USB su Mac. Un disco rigido esterno a doppia interfaccia USB e FireWire ha prodotto infatti una velocità di circa 20 MB/s e 30 MB/s rispettivamente in scrittura e lettura, a prescindere dalla porta usata per i test, con risultati migliori persino rispetto al Pc Windows usato per le prove.
E’ un bene sapere che finalmente l’USB ha prestazioni di tutto rispetto, ed è una gradita sorpresa constatare che i nuovi Mac siano in grado di sostenere alte velocità di trasferimento e bassi tempi di accesso, ora che la FireWire si appresta a diventare un ricordo del passato.

Tag:Apple, AVCHD, drive_usb, dv, firewire, iPod, laptop, mac, macbook, macbook pro, mpeg2, nvidia, sony, Tecnologia, telecamere, usb, usb-2.0
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ott 13 2008

I cavi USB con sezione più larga possono far funzionare gli hard disk portatili su porte sottoalimentate. La mia esperienza e la spiegazione applicando la legge di Ohm

Posted by Antonio Troise
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Recentemente ho comprato un hard disk esterno 2.5” USB 2.0′ da 320 GB della Verbatim. La scelta è ricaduta su questo marca (che molti forse snobberano in favore de più blasonati Lacie o WD) per due semplici ragioni. Il prezzo di 79€ era molto allentante e, inoltre, avendo avuto modo di provare lo stesso modello, ero rimasto piacevolmente colpito dalla sua estrema leggerezza, silenziosità, reattività e, per finire, dal fatto che funzionava senza alcun problema su una delle porte USB 2.0 del mio Macbook Pro che, notoriamente, è sottoalimentata.

Portable Hard Drive 2.5\\\'\\\' USB 2.0 320GB

Infatti, come ho avuto modo di scrivere tempo fa in questo mio articolo, quando collego direttamente alla porta USB posta sulla sinistra del mio portatile (porta A), hard disk con capacità superiori ai 160GB, questi non funzionano, mentre partono normalmente se li collego alla porta USB 2.0 posta sulla destra (porta B). Il problema era che per tutti i più recenti Macbook Pro, Apple ha creato una porta USB 2 “diretta” ed una USB 2 “condivisa”. Il risultato è che, finché i dispositivi USB collegati non hanno bisogno di una tensione troppo elevata, le porte sono perfettamente uguali e funzionanti. Ma nel momento in cui avrete bisogno di una tensione un po’ più superiore alla norma (e probabilmente gli hard disk portatili da 250 Gb e 320 GB rientrano in questa categoria), allora potrete usare una sola porta USB!

Macbook Pro

Ora, una volta constatato il problema e siccome sulla porta USB 2.0 posta sulla destra del laptop di solito vi collego il mouse (per una semplice ragione di comodità in quanto non sono mancino e far girare il cavo intorno al mio portatile non mi sembra esteticamente apprezzabile oltre che scomodo), potete capire che trovare un hard disk di quelle capacità che funzionasse anche sulla porta USB 2.0 sottoalimentata del mio Macbook Pro, è stata una vera novità.

I primi problemi

Quando però ho scartato la confezione del mio hard disk portatile e l’ho collegato al mio laptop, ho scoperto che anche questo, come tutti gli altri, funzionava correttamente solo sulla porta destra mentre su quella sinistra non riusciva a partire.

Portable Hard Drive 2.5\\\'\\\' USB 2.0 320GB

Non dandomi per vinto, ho provato a circoscrivere il problema, provando a cambiare il cavo USB in dotazione nella confezione con altri che avevo a disposizione. Alla fine, dopo alcuni tentativi, ho scoperto un fatto curioso: l’hard disk funziona perfettamente sulla porta sottoalimentata se si sostituisce il cavo USB dato in dotazione (da 3,5mm circa), con uno con diametro più grande (di circa 5mm)! Addirittura, l’hard disk a cui avevo preso in prestito il cavo “cicciottone” (un 160 GB della WD) non funzionava se gli collegavo un qualsiasi cavo USB più fino!

Pensando ad un difetto del drive (dato che il primo hard disk Verbatim che provai non aveva di questi problemi), ho provveduto anche a farmelo cambiare ma i risultati sono stati sempre gli stessi. A questo punto, mi viene da pensare che, il primo hard disk Verbatim che provai, nonostante avesse un cavo fino, probabilmente faceva parte di una partita riuscita sin troppo bene, rispetto al prodotto che veniva proposto con quel prezzo.

La teoria della sezione dei cavi USB

Su internet non ho trovato alcuna informazioni su una eventuale correlazione tra le tensioni in ingresso e i diametri dei cavi USB. Probabilmente sarà una combinazione tra le dimensioni del cavo e dal tipo di hard disk montato (che può richiedere più o meno alimentazione). Quel che è certo è che forse devo anche rivedere una delle ipotesi che feci tempo fa in un altro mio articolo: probabilmente, il fattore che determina il non funzionamento di un hard disk su una porta sottoalimentata, non è la dimensione in GByte del drive che richiedeva una tensione maggiore per il funzionamento (supposi che superando i 160GB non funzionassero più) bensì, semplicemente, il diametro o sezione del cavo USB (infatti lo stesso 160 GB che sembrava funzionare senza problema, avevo un cavo USB grosso, che sostituito con uno più fino, non funzionava più).

Confronto tra la sezione dei cavi USB 2.0

Sembra, quindi, che taluni hard disk, per funzionare su porte USB con una tensione minore di quelle standard, debbano avere un cavo USB più largo rispetto alla media: in particolare, dalle mie misurazioni (purtroppo effettuate non con un calibro ma un semplice righello, per cui possono essere affette di un margine di errore), devono avere un cavo USB da 5mm invece che da 3.5mm.

La spiegazione applicando la Legge di Ohm

Per spiegare questo fenomeno, forse, ci può essere di aiuto la seconda legge di Ohm (R = r l/S) che, in poche parole, ci insegna che, a parità di ogni altra condizione, la resistenza R di un conduttore (ovvero la tendenza di un conduttore a ostacolare il passaggio della corrente elettrica) è direttamente proporzionale alla sua lunghezza e inversamente proporzionale alla sua sezione. Per cui, all’aumentare del diametro del cavo USB, la resistenza del conduttore diminuisce.

Questo presupposto ci porta inevitabilmente ad applicare la prima legge di Ohm che afferma che la differenza di potenziale (tensione) applicata ai capi di un conduttore è direttamente proporzionale all’intensità di corrente che in esso circola e alla resistenza.
In forma matematica:

ΔV = i R

in cui ΔV indica la differenza di potenziale, i l’intensità di corrente ed R la resistenza. Tale legge permette di determinare, ad esempio, che è necessaria una differenza di potenziale di 10 V (volt) per far circolare una corrente di 2 A (ampere) in un conduttore che ha la resistenza di 5 Ω. Se, invece, il conduttore ha una sezione più larga, la resistenza scende, e, di conseguenza, anche la differenza di potenziale necessaria per alimentare un eventuale drive esterno, scenderà.

Al momento in cui scrivo non ho sottomano un tester per verificare questa tesi, ma credo che si possa avvicinare molto alla realtà.

Voi che ne pensate? Le mie ipotesi possono essere corrette? Vi è mai capitato di notare un simile comportamento anomalo negli hard disk esterni?

Tag:alimentazione, drive_usb, hard-disk, macbook pro, ohm, portatile, resistenza, usb, usb-2.0
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ago 25 2008

Quando i dettagli, spesso trascurati dai più, possono migliorare l’esperienza d’uso di un prodotto

Posted by Antonio Troise
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Vi è mai capitato di avere un appuntamento con i vostri amici e, per comunicargli del vostro ritardo, tutti trafelati, gli scrivete un breve e veloce sms per dirgli che state uscendo solo in quel momento? Ebbene io l’ho fatto qualche tempo fa e per avvertire che, contrariamente alle previsioni, stavo uscendo più tardi, avevo scritto, prima di entrare in auto, un sintetico ma efficace messaggio SMS:

Usciamo ora!

Per quanto breve lo scopo era quello di avvertire i miei amici che stavo uscendo solo in quel momento e, visto che di solito, impiegavo 20 minuti a raggiungere la destinazione, non sarei stato da loro prima di quel intervallo di tempo. Ebbene, il messaggio l’ho scritto con il T9 di un Samsung ed ecco che cosa è uscito fuori (potete provare anche voi stessi):

Uragano ora!

Potete capire lo sgomento di chi ha ricevuto l’SMS. Il bello era che quel giorno stava pure piovendo per cui quel sms sembrava una vera e propria conferma di un uragano in corso!

I dettagli

Tutto questo mi ha insegnato che non bisogna mai fidarsi ciecamente della tecnologia ma, anche, che bisogna guardare più spesso i dettagli di quanto normalmente non si fa mai.
Perché dico questo? Perché se il mio Samsung avesse avuto, come d’altronde hanno, per esempio, i cellulari Sony Ericsson, un menu a tendina che in base a quello che digito, mi suggerisce tutte le possibile alternative che il T9 può prevedere, forse avrei evitato questa gaffe! Certo, il problema principale è stato causato da una mia distrazione, ma il compito delle macchine non è anche quello di semplificarci la vita?

Ebbene, credo quindi se un produttore, si soffermasse di più su certi particolari che tutti gli altri invece sono soliti trascurare, si possono ottenere solamente buoni risultati. E’ proprio l’attenzione nei dettagli che, spesso, contraddistingue un buon software o un buon prodotto.

Ed ecco, quindi, che quando penso ai dettagli, mi viene subito in mente il mio Macbook Pro che in quanto a dettagli è una vera manna.
Ne cito solo alcuni:

  • L’alimentatore MagSafe del mio portartile, in confronto agli alimentatori di tanti altri portatili, è davvero piccolo e maneggevole; inoltre il suo attacco magnetico (che si stacca quando qualcuno inciampa nel cavo, evitando che sia il portatile sia una persona possano cadere) e il suo led che segnala lo stato della batteria (in carica/caricato) è un concetto che non esiste sui normali portatili in commercio.
  • Durante un update di sistema, per prevenire eventuali perdite di dati, Mac OS X si accorge se il portatile è alimentato o meno e vi avvisa che è consigliabile collegare il vostro Mac ad una presa di corrente. Su Windows, invece, il sistema di update esegue indipendentemte gli aggiornamenti di sistema e sta a voi controllare il livello della batteria e accertarvi che non vada giù proprio durante una fase critica dell’aggiornamento.
  • Una cosa davvero interessante è il fatto che il volume degli altoparlanti stereo integrati del portatile è gestito differentemente da quello delle cuffie. In pratica i Mac memorizzano due volumi: altoparlanti e cuffie! Infatti, come spesso accade, sono solito lasciare il volume a ZERO in ufficio per non infastidire gli astanti. Ma se collego lo spinotto delle cuffiette ecco che il sistema riporta il volume in base al settaggio dell’ultimo utilizzo.
  • Quando si naviga con Safari e improvvisamente cade la connessione di rete, il browser si accorge del problema e non appena ritorna il collegamento ad internet, esegue il refresh automaticamente, senza costringere l’utente ad effettuare il refresh manuale di tutte le TAB aperte.

Come dire, tutte queste cose, sono solo piccoli dettagli, forse anche obbligatorie per portatili di fascia alta come un Macbook Pro, ma sono questi dettagli che fanno salire la qualità di un prodotto e semplificano la vita delle persone.
Cosa sarebbe accaduto, infatti, se queste qualità non fossero state presenti sul mio Macbook Pro? Niente di particolare: probabilmente questo portatile avrebbe avuto la stessa diffusione di adesso e forse sarebbe stato venduto anche allo stesso prezzo, e forse nessuno ne avrebbe sentito la necessità: d’altronde milioni di utilizzatori di portatili con Windows non ne hanno mai fatto richiesta! Ma ecco cosa sarebbe successo ad un ipotetico utilizzatore distratto e maldestro:

  • Se l’alimentatore non fosse stato magnetico, avrei potuto inciampare nel filo e portarmi appresso il mio portatile, col rischio di danneggiarlo irrimediabilmente.
  • Se non avessi controllato la carica della batteria del portatile, avrei potuto eseguire un aggiornamento di sistema e, magari, durante una frase critica dell’aggiornamento il mio portatile si sarebbe spento, corrompendo, magari il sistema operativo!
  • Avrei potuto vedere un film sul mio Mac la sera tardi con le mie cuffie ma, se accidentalmente le staccassi dal portatile, il volume degli altoparlanti integrati potrebbe svegliare i miei famigliari. Oppure, se invece, sono solito lasciare il volume alto (perché magari sono in un luogo aperto) mentre ascolto la musica con le casse del mio portatile, se mi dimentico di tale settaggio e collegassi le cuffiette al portatile, rischierei di assordarmi!
  • Se uso Safari con molte TAB aperte, al ripristino della connessione internet, dovrei aggiornare manualmente tutte le schede. Anche se usassi la comoda funzione “Aggiorna tutte le schede” dovrei comunque rendermi conto di quando la sessione risulta effettivamente attiva. Al lavoro, i server DNS che gestiscono il mio reparto hanno dei problemi e ogni tanto fanno cadere la connessione: con Safari, non devo fare altro che attendere che lui ritrovi la connessione internete attiva e poi ci penserà lui ad aggiornare le pagine web.

Come vedete, l’attenzione ai dettagli di un prodotto come il Macbook Pro ha fatto si che tante piccole quotidiane disattenzioni non abbiano prodotto situazioni imbarazzanti o pericolose. Probabilmente, anche con questi piccoli dettagli, i Macbook Pro saranno caduti lo stesso, avrei potuto aggiornare lo stesso il sistema operativo senza alimentazione o mi sarei assordato ugualmente con le cuffiette, perché, magari l’ultima volta ascoltavo una musica dal volume molto basso, ma è innegabile che mi trovo davvero bene a poter usufruire di questi caratteristiche che mi semplificano la vita.

Tag:alimentazione, cellulare, Mac os x, macbook pro, safari, sms, t9, Windows
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mag 16 2008

Perché le 2 porte USB dei Macbook e Macbook Pro sono alimentate diversamente e quale scegliere per far funzionare correttamente alcuni hard disk portatili

Posted by Antonio Troise
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Non ci avevo mai fatto caso fino a quando non ho comprato un hard disk portatile da 2,5” USB 2.0 autoalimentato da 250 GB. Fino a quel momento avevo sempre collegato a una qualsiasi porta USB del mio Macbook Pro un hard disk da 160 GB e uno da 60 GB e non avevo avuto alcun problema: qualsiasi fosse stata la sua formattazione, riuscivo ad alimentare e a leggere/scrivere sull’hard disk portatile semplicemente collegandolo ad una qualsiasi delle due porte USB 2.0 del mio laptop (anche se non era collegato direttamente ad una presa di corrente).

Ma dopo l’acquisto di un hard disk da 250 GB le cose sono cambiate e ho iniziato ad avere qualche problema di funzionamento: se inizialmente pensavo ad un difetto di fabbricazione del dispositivo di memorizzazione, poi ho iniziato ad individuare una costante nel suo comportamento. Normalmente sono solito collegare un mouse USB sulla porta posizionata a destra del mio Macbook Pro, e quindi, tutti i dispositivi di archiviazione, se non sono firewire, li devo per forza di cose collegare alla porta USB posizionata alla sinistra del mio portatile. Ma quando ho iniziato a collegare a questa stessa porta, il nuovo hard disk da 250 GB, ho cominciato ad avere i primi problemi: il led di alimentazione si accendeva ma si udiva il caratteristico Clak-Clak tipico di una alimentazione insufficiente, come se la testina non riuscisse a spostarsi correttamente sul disco, e, ovviamente, la periferica non veniva montata da Mac OS X.

Il bello era che, quando spostavo il mio nuovo dispositivo di storage dalla porta USB 2.0 sinistra del mio Macbook Pro a quella di destra, non avevo alcun problema e l’hard disk riprendeva a funzionare correttamente.
La prova del nove l’ho avuta quando, spostandolo sulla porta sinistra, e collegandolo con un cavo con doppia USB (di quelli, cioè, che prendono l’alimentazione da due porte USB), l’hard disk riprendeva a funzionare anche sulla porta di sinistra: peccato che questa soluzione è alquanto scomoda poiché mi occupa entrambe le porte USB!

E’ stato così che ho capito che non tutte e due le porte USB 2 presenti sui MacBook sono uguali!

Devo dire che, di solito, i problemi di scarsa alimentazione si verificavano quando si usavano le vecchie porte USB 1.1 (che quindi avevano bisogno di utilizzare una fonte aggiuntiva) mentre con le porte USB 2.0 non mi era mai capitato.

A conferma delle mie ipotesi è venuto anche un articolo del giornalista del mondo Mac, Andy Ihnatko, che ha rivelato la scoperta della stranezza nella puntata 88 di MacBreak Weekly. Ma sono state molte le segnalazioni di utenti Mac con questo genere di problemi.

Da alcune prove fatte con il mio Macbook Pro e da quelle fatte da setteB su un Macbook, sembra, quindi, che Apple abbia creato una porta USB 2 “diretta” ed una USB 2 “condivisa”. Il risultato è che, finché i dispositivi USB collegati non hanno bisogno di una tensione troppo elevata, le porte sono perfettamente uguali e funzionanti. Ma nel momento in cui avrete bisogno di una tensione un po’ più superiore alla norma (e probabilmente gli hard disk portatili da 250 Gb e 320 GB rientrano in questa categoria), allora potrete usare una sola porta USB!

Ma ecco nel dettaglio (grazie all’ausilio del System Profiler) per il Macbook e il Macbook Pro, quali porte usare per dispositivi USB che richiedono tensioni di alimentazioni superiori alla norma.

Le differenti alimentazioni delle porte USB 2.0 del Macbook
Macbook

Se avete un Macbook e avete qualche accessorio USB non ben funzionante (hard disk, pen drive, microfoni USB o anche iPod) dovete avere cura di preferire sempre la porta B e non la A, visto che questo che potrebbe non fornire tutta l’alimentazione necessaria.

Macbook Ports

La cosa interessante è che sui laptop della generazione “precedente”, come il compatto PowerBook da 12 pollici, questo non accadeva, ed entrambe le porte USB 2 risultavano indipendenti.

Nel caso, quindi, avete un Macbook, è possibile verificare le affermazioni precedenti semplicemente collegando un mouse USB sulla porta A e aprire System Profiler per rendersi conto che il dispositivo condivide il bus USB con la tastiera e il trackpad

Macbook System Profiler A

mentre ciò non accade (ed il mouse risulta come dispositivo indipendente) se lo colleghiamo alla porta B.

Macbook System Profiler B
Le differenti alimentazioni delle porte USB 2.0 del Macbook Pro
Macbook Pro

Se avete un Macbook Pro e avete qualche accessorio USB non ben funzionante (hard disk, pen drive, microfoni USB o anche iPod) dovete avere cura di preferire sempre la porta B (ovvero quella posta ala vostra destra) e non la A (ovvero quella posta alla vostra sinistra), visto che questo potrebbe non fornire tutta l’alimentazione necessaria.

Macbook Pro Ports

Anche in questo caso, se avete un Macbook Pro, è possibile verificare le affermazioni precedenti semplicemente collegando un mouse USB sulla porta A e aprire System Profiler per rendersi conto che il dispositivo condivide il bus USB con il Bluetooth USB Host Controller (e non, come avveniva con il Macbook, con la tastiera e il trackpad).

Macbook Pro System Profiler A

mentre ciò non accade (ed il mouse risulta come dispositivo indipendente) se lo colleghiamo alla porta B.

Macbook Pro System Profiler B
Tag:alimentazione, Apple, drive_usb, hard-disk, iPod, laptop, mac, Mac os x, macbook, macbook pro, mouse, portatile, storage, trackpad, Tutorial, usb, usb-2.0
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mag 15 2008

Tips Mac: Come configurare il doppio tap sui Macbook per attivare il tasto destro del mouse e visualizzare il menu contestuale

Posted by Antonio Troise
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Come tutti avrete notato, i portatili Apple sono provvisti di un solo lungo tasto sul trackpad, il che rende un po’ più macchinoso la visualizzazione dei menu contestuali: se, per chi possiede un normale mouse, è sufficiente cliccare con il tasto destro, per chi usa solamente il trackpad del proprio portatile Apple, occorrerebbe usare la combinazione CTRL+Click per ottenere il click secondario (cosa peraltro scomoda per i mancini visto che il tasto CTRL si trova sul lato opposto a quello della mano più comoda e sono privi di una corrispettivo tasto sul lato destro della keyboard).

Dalla versione 10.4.7 di Mac OS X è possibile sfruttare in tutte le sue potenzialità il trackpad dei Macbook, in particolare è possibile abilitare il secondo tasto virtuale facendo semplicemente sul trackpad un tap con due dita.

Purtroppo, non tutti sanno che questa funzione non è abilitata di default e perciò viene ignorata dai più: di solito, le impostazioni di base di tutti i portatili prevedono solo lo scrolling verticale o orizzontale delle pagine scorrendo le due dita sull’area del trackpad. Per attivare, invece, il clic secondario facendo tap con due dita, occorre andare in “Preferenze di Sistema > Tastiera e Mouse > Trackpad” e spuntare l’opzione “Premi il trackpad con due dita per ottenere un click secondario“.

Doppio Tap su un Macbook

A questo punto sarà possibile, semplicemente poggiando due dita sul trackpad attivare il “CTRL+Click” o ogni altra funzione abbinata al tasto destro delle applicazioni (ovvero facendo tap con indice e medio).

Bisogna però porre attenzione ad un piccolo dettaglio: occorre, infatti, sempre spuntare nella finestra di configurazione del trackpad, anche la voce “Fare clic per” altrimenti la voce “Premi il trackpad con due dita per ottenere un clic secondario” diventerà “Per i clic secondari, poggia due dita sul trackpad e poi fai clic sul tasto“.

Doppio Tap con Click su un Macbook Pro

Questo significherebbe, infatti, che per ottenere un clic secondario (l’equivalente del tasto destro del mouse) e quindi visualizzare i menu contestuali, sarebbe necessario, oltre che poggiare due dita sul trackpad, anche fare click sul tasto! Insomma, in quest’ultimo modo l’operazione sarebbe più scomoda, oltre che innaturale e anti-intuitiva rispetto a quella del doppio tap sul trackpad.

Tag:Apple, mac, macbook, macbook pro, mouse, tap, Tips, trackpad
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feb 28 2008

Comportamento anomalo nella copia via rete di singoli file tra Mac OS X Leopard e una cartella condivisa su Windows con partizione NTFS

Posted by Antonio Troise
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NTFS Partition Pensavo di aver visto davvero tutto sulle differenze tra il mondo Windows e quello Mac e sugli incidenti che possono accadere se si prendono troppo alla leggera alcune situazioni e incompatibilità che a prima vista possono sembrare banali. Ma, purtroppo, non era così poiché ieri sera penso di essermi imbattuto in una anomalia davvero particolare. In pratica se si copiavano via rete dei singoli file tra Mac OS X Leopard e una cartella condivisa su Windows XP con partizione NTFS, questi a fine trasferimento venivano cancellati, mentre rimanevano se si copiava una cartella con gli stessi file.

Ma ecco nel dettaglio cosa mi è capitato.

Gli eventi

Avevo deciso di spostare via rete Wi-Fi alcun file dal mio Macbook Pro con Mac OS X 10.5.2 Leopard formattato HFS+ su un PC con Windows XP formattato NTFS. Per l’occasione avevo condiviso una cartella sul mio PC e gli avevo assegnato anche i diritti di scrittura. Premesso che sul mio Macbook Pro non ho installato Paragon o MacFuse per ottenere il supporto per altri file system oltre a quelli standard di Mac OS X, tra cui anche NTFS, non avevo pensato minimamente che forse questa operazione non si potesse fare, dato che nativamente Mac OS X non permette la scrittura sulle partizioni NTFS, a meno che non si voglia scrivere su un PC in rete con Samba (che sarebbe l’unico modo per scrivere su NTFS senza installare software di terze parti).

Ammetto di essere stato sovrappensiero ma anche il sistema non mi ha dato una mano. Ingenuamente ho preso un file di oltre 1 GB e l’ho spostato dal mio Macbook al PC condiviso. Ebbene, l’operazione è durata 4 minuti e nel mentre controllavo che sul PC il file venisse copiato correttamente… e così sembrava accadere: ad ogni refresh della finestre di Gestione Risorse il valore in Kilobyte aumentava col tempo. Purtroppo, con mia grande amarezza, a trasferimento ultimato, ho scoperto che sulla cartella condivisa del mio PC il file era stato cancellato e, avendo spostato il file, invece che copiato, avevo perso anche l’originale sul mio Mac! Inizialmente non ho pensato al problema del partizionamento NTFS, e supponevo che, avendo eseguito un collegamento vi wi-fi, forse c’era stato qualche problema di rete, e quindi ho ritentato il trasferimento di un altro file, avendo cura, questa volta, di fare una semplice copia. Ebbene, lo stesso infausto evento si è ripetuto!

I miei errori

Ovviamente i miei errori sono stati dettati dalla fretta e sono stati principalmente due:

  1. Mai spostare un file su una cartella remota, ma farne semplicemente prima una copia e poi, dopo aver verificato l’integrità del file trasferito, cancellare l’originale
  2. Non è possibile scrivere nativamente su una partizione NTFS con Mac OS X, sia se presente su una partizione di un hard disk fisicamente collegato al Mac (attraverso un hard disk portatile via USB o partizionando, magari, il proprio disco fisso interno), sia, a questo punto, se condiviso via rete
Analisi del comportamento anomalo di Leopard

Quello che mi ha tratto in inganno, però, è stato principalmente il fatto che Leopard non mi ha segnalato in alcun modo che la partizione era NTFS e, quindi, non era scrivibile dal sistema operativo di Cupertino, come quando normalmente accade se provo a copiare un file su un disco esterno NTFS. Probabilmente il problema risiede nel fatto che, avendo assegnato i diritti di scrittura alla cartella remota, forse Leopard non si è degnato di controllare se era fisicamente possibile scriverci sopra. Oppure può essere che nel protocollo di comunicazione Samba che usa Mac OS X 10.5 Leopard , non esiste un flag o una notifica che mi segnala su che tipo di file system vado a scrivere!

In realtà, però il trasferimento da Mac su PC NTFS sembrava comunque procedere regolarmente perché Mac OS X riusciva a scrivere il file sulla directory remota, anche se forse era corrotto sin dall’inizio. Almeno era quello che pensavo. Siccome, però, sono curioso per natura, ho fatto diverse prove prima di buttare giù questo articolo e ho quindi potuto appurare di una cosa davvero anomala. Ho copiato immagini ISO e DMG, file AVI grandi e piccoli, immagini JPG e piccoli file TXT e PDF. Tutti quanti i file, quando venivano spostati singolarmente, a trasferimento avvenuto, venivano inesorabilmente rimossi. In pochissimi casi, però, se copiavo due file in contemporanea, il primo che terminava veniva preservato sulla directory remota mentre l’ultimo veniva inesorabilmente cancellato!

Una inaspettata scoperta: le directory non si cancellano

E per finire, ecco che casualmente faccio una interessante scoperta: prendo tutti i file e li raggruppo tutti in una cartella e, questa volta, sposto solo la cartella: ebbene, questa volte, i file vengono tutti mantenuti! Da buon galileano, ripeto più volte l’esperimento che, regolarmente, si riproduceva!

Considerazioni finali

Non so se questo problema è da imputarsi a Mac OS X (magari solo a Samba) o a Windows XP ma sta di fatto che, l’unico modo per copiare dei file via rete tra un Mac OS X e Windows, era trasferirli da dentro una directory!

Purtroppo non ho partizioni FAT32 sul mio PC, per cui non ho potuto verificare se il problema si presentava anche con questo tipo di formattazione (anche se dubito fortemente). Comunque, lo scopo di questo mio articolo era semplicemente lanciare un monito a tutti i Macusers e segnalare questa presunta anomalia. Io credo, comunque, che questo sia indice di una non perfetta compatibilità tra Samba su Mac OS X e NTFS. Lo si capisce chiaramente quando si lanciano, a distanza di pochi secondi, due trasferimenti di rete, e il primo che termina, a volte, ma non sempre, viene mantenuto (come se, Mac OS, essendo impegnato in una altra copia, non avesse avuto il tempo di eliminare il file remoto): il bello è che se si ripete 10 volte la prova non si avrà mai un risultato univoco!

Io non credo che questa serie sfortunata di eventi sia prerogativa della mia rete casalinga o di una qualche sparticolare configurazione sul mio Mac. E’ per questo che vi chiedo: a voi è mai capitato qualcosa di simile? Cosa credere sia da imputare questo strano comportamento? Questa anomalia è riproducibile anche sui vostri sistemi?

Tag:bug, leopard, mac, Mac os x, macbook pro, ntfs, paragon, samba, wi-fi, Windows, windows-xp
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gen 23 2008

E’ possibile giocare con i videogiochi di ultima generazione su un Macbook? (seconda parte)

Posted by Antonio Troise
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Tempo fa, prima di comprare il mio Macbook Pro, mi chiesi se era possibile giocare con i videogiochi di ultima generazione su un Macbook tradizionale. In quel post diedi qualche risposta anche se non avevo in mano alcun test effettuato seriamente. Oggi sono riuscito a trovare dati più precisi e, quindi ho deciso di scrivere questa seconda parte più completa, nella speranza che il mio contributo possa servire per far chiarezza su questo aspetto poco documentato.

Nel mentre, però, sono cambiate le carte in tavola, poiché i Macbook hanno avuto un sostanzioso speed bump visto che ora implementano una architettura Santa Rosa e un processore grafico Intel GMA X3100 con 144MB di SDRAM DDR2 condivisi con la memoria principale (abbandonando una volta per tutte il vecchio chip Intel GMA 950).

Graph

La GMA X3100 (che altro non è che la versione mobile della GMA X3000), attualmente, è la più potente scheda grafica integrata oggi sul mercato, anche se non è ancora in grado di rivaleggiare con i chip più potenti della concorrenza come nVidia o ATI. Il punto forte di questa scheda video è sicuramente una buona risposta nel campo della compressione e decompressione video, specie quello ad alta definizione.
Ma come si comporta quando deve far girare un gioco di ultima generazione?

Potenza elaborativa

Se i nuovi Macbook sono sicuramente più performanti delle precedenti generazioni, il fatto che i Macbook e i Macbook Pro abbiano processori molto simili rende i piccoli portatili consumer un’alternativa a basso costo rispetto a quelli professionali, almeno se non fate elaborazioni grafiche molto pesanti.
Infatti, se analizziamo solo la potenza elaborativa, i nuovi Macbook Santa Rosa, sono allo stesso livello dei Macbook Pro di pari frequenza: i benchmark hanno fatto segnare un indice Speedmark 5 di 185 (per il Macbook bianco intermedio) e 186 (per il Macbook nero) contro il 185 del Macbook Pro a 2,2 GHz.

Spore
Potenza Grafica

Se, invece, analizziamo il comparto grafico, ovviamente le cose cambiano (anche se il nuovo chip grafico è migliore rispetto al passato), poiché risente di molto la limitazione della memoria condivisa: abbiamo, infatti, 25,4 frame al secondo (fps) per il nuovo chip grafico contro 18,5 fps del veccio in Unreal Tournament 2004 e 7,8 fps contro 4,5 in Quake 4.
Come si capisce sono valori ovviamente insufficienti per i videogiocatori accaniti, visto che, per fare un esempio, un Macbook Pro da 15 pollici a 2,2 GHz viaggia a 69 frame al secondo con Unreal Tournament 2004, ma sono sufficienti per chi non gioca molto spesso o, almeno, con titoli non esigenti graficamente.

Cider: la conversione dei giochi da Windows a Mac

Cider Infine, c’è da considerare un altro aspetto importante: la compatibilità con gli ultimi videogiochi. Ultimamente, infatti, stanno trasportando moltissimi giochi di ultima generazione (uno fra tutti il prossimo Spore) su piattaforma Mac grazie ad un processo denominato “ciderizzazione“, ossia un sistema di “traduzione” che letteralmente avvolge il codice Win per renderlo comprensibile al Mac, basato sul software di virtualizzazione Cider di TransGaming, una soluzione che evita il lungo e costoso lavoro di porting di giochi Windows su Mac.

Se questo, da un lato, è una cosa positiva, perché, i giochi per Mac potranno crescere molto più rapidamente, dall’altro abbiamo che questi giochi possono girare solo su piattaforma Mac Intel e, soprattutto, richiedono una scheda grafica con memoria dedicata: Macbook Pro, iMac e Mac Pro non avranno, quindi, problemi, mentre Macbook e Mac Mini non è detto che riescano a far girare il software.

Quindi, a conti fatti, il Macbook è un ottimo portatile se fate di tutto tranne che giocarci. Se, invece, volete dedicarvi a questo aspetto ludico, dovete sapere che i giochi potranno girare ma con un fps abbastanza basso e comunque, i giochi, “ciderizzati” avranno sempre poche speranze di funzionare se richiedono l’uso di molta memoria dedicata!

Tag:3d, Apple, benchmark, Giochi, mac, macbook, macbook pro
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dic 19 2007

Come potenziare le funzionalità del Mela+Tab con Exposè senza dover installare programmi come Witch

Posted by Antonio Troise
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Su Windows la combinazione di tasti Alt+Tab è un selettore di applicazioni in grado di mostrare, attraverso le rispettive icone, i programmi aperti. Se poi lasciamo premuto il tasto Alt, e premiamo ripetutamente il tasto Tab è possibile spostarsi fra le varie icone, mentre se rilasciamo i due tasti, viene aperto il programma selezionato. Evidentemente questa funzione risulta molto utile se abbiamo l’abitudine di tenere aperte più finestre contemporaneamente ma, purtroppo, se è aperto, ad esempio, lo stesso programma in due finestre, questo sarà indicato con la stessa icona due volte e quindi non sarà possibile distinguerlo facilmente. Per risolvere questo problema sono nati programmi con TaskSwitchXP che permettono di visualizzare un anteprima della finestra selezionata attraverso l’Alt+Tab.

Su Mac, invece, per ottenere un analogo risultato, dobbiamo premere i tasti Mela+Tab (o Cmd+Tab per chi ha le nuove tastiere).

Mela+Tab

Il risultato, però, è apparentemente più deludente di quello che si ottiene in Windows, perché non permette di visualizzare quante finestre della stessa applicazione sono aperte: se, per esempio, abbiamo aperte due finestre della stessa applicazione (p.es Safari) verrà mostrata un’unica icona che permetterà di selezionare solo l’ultima finestra attiva. Per risolvere il problema si potrebbe far ricorso ad applicazioni esterne come Witch un software donationware che permette di espandere il funzionamento della classica combinazione Mela-Tab. Witch risolve elegantemente questo problema offrendo una finestra trasparente con tutte le finestre aperte ordinate per tipo di programma.

Witch: Mela + Tab
Come potenziare le funzionalità del Mela+Tab con Exposè

In realtà, se solo si usassero coerentemente tutte le funzionalità messe a disposizione da Mac OS X, si potrebbe risolvere molto più semplicemente il problema e senza far ricorso ad alcun programma esterno. Infatti, se si usa il Mela+Tab in combinazione con Exposé allora il problema è risolto. Infatti, per chi non lo sapesse, Exposé è uno strumento che consente all’utente di vedere, in modo molto rapido, tutte le finestre (o un insieme particolare di finestre facenti parte dello stesso applicativo) senza la necessità di doverle scorrere manualmente.

Exposé ha tre differenti metodi di organizzazione delle finestre:

  1. Exposé mostra tutte le finestre aperte in quel momento, riducendole a delle miniature. Poi l’utente potrà selezionare col cursore una specifica finestra per portarla in primo piano. Di norma questa modalità è associata al tasto F9.
  2. Exposé mostra tutte le finestre aperte associate al programma che, in quel momento, è in esecuzione in primo piano. Di norma questa modalità è associata al tasto F10.
  3. Exposé sposta a lato tutte le finestre, mostrando il desktop sgombro. Di norma associato al tasto F11.
Exposè

Ovviamente i tasti usati per attivare Exposé sono modificabili a piacere, così come si possono definire degli angoli attivi nel monitor sul quale portare il cursore del mouse per attivare una funzione Exposé; se si dispone di un mouse o trackball con più tasti si possono associare le funzionalità di Exposé agli altri tasti.

Quindi, ritornando al nostro problema, per avere il pieno controllo delle nostre applicazioni e selezionare la finestra che desideriamo ecco i passi da seguire:

  1. Fare Mela+Tab e selezionare il programma desiderato; nel nostro caso, selezionando l’icona di Safari verrà visualizzata l’ultima finestre attiva di Safari.
    Step 1
  2. Premere il tasto F10 per mostrare tutte le finestre aperte associate al programma che, in quel momento, è in esecuzione in primo piano. Nel nostro caso, essendo Safari in primo piano, verranno visualizzate tutte le finestre aperte di Safari. A questo punto basterà selezionarne una con il mouse ed il gioco è fatto.
    Step 2
Attivare Exposè su un Macbook o un Macbook Pro

Se avete un Macbook di ultima generazione o un Macbook Pro i tasti F8, F9 e F10 sono già utilizzati dal controllo luminosità dello schermo. Per attivare le funzionalità di Exposè occorre, quindi, premere rispettivamente i tasti funzione fn+F8, fn+F9 e fn+F10. Questo anche se nelle proprietà di Exposè vengono indicati i tasti senza fn: infatti, questa è una peculiarità della tastiera del Macbook Pro.
Per chi volesse, è possibile bypassare il problema andando in Preferenze di Sistema -> Tastiera e Mouse -> Tastiera e spuntare su “Usa i tasti F1-F12” per controllare le caratteristiche del software. In questo modo la situazione sarà invertita e occorrerà premere il tasto fn per utilizzare le funzionalità speciali indicate su ciascun tasto.

Preferenze tastiera
Tag:mac, Mac os x, macbook pro, Windows
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