Levysoft
  • Home
  • Portfolio
  • WordPress Plugin
  • Contattami

Dal 2004 il blog di Antonio Troise

RSS FeedTwitterFacebook
gen 9 2009

Un altro modo di usare Google Street View: trovare le location dei film

Posted by Antonio Troise
Tweet

Oggi voglio spiegarvi come usare in maniera diversa uno strumento davvero interessante come Google Street View (il servizio di mappe di Mountain View che fornisce una panoramica a 360° gradi delle strade e permette agli utenti di vedere parti di varie città del mondo a livello del terreno), per trovare le location dove sono stati girati i film. Con un esempio pratico corredato di foto, vedrete come sia facile trovare esattamente le stesse vie e case viste durante le riprese di alcune scene dei vostri film preferiti.

Lo spunto

Ieri sera ho visto il film Imbattibile (Invincible) che racconta la vera storia di Vincent Papale. Francamente non sapevo che la storia si ispirasse a fatti realmente accaduti ed è stato solo alla fine, durante i titoli di coda, in cui si facevano vedere foto e spezzoni di filmati del vero Vincent Papale, che ho iniziato a googlare un po’ per capire chi fosse. Ebbene, il film è molto attinente alla storia e narra la vicenda singolare di questo giocatore di football americano che nel 1976 fu selezionato in un provino aperto al pubblico e ingaggiato dalla squadra degli Eagles di Philadelphia quando aveva più di trent’anni e non aveva mai giocato a football a livello professionistico in precedenza, dove trovò presto un posto da titolare, per ben 3 stagioni, giocando 41 su 44 partite, risollevando le sorti di una squadra fino a quel momento in difficoltà (l’ultimo titolo NFL fu vinto solo 18 anni prima).
Insomma, la storia reale sembrava quasi calzare a pennello per un classico film della Disney a lieto fine, e così è stato e nel 2006 è stato realizzato questo film ovazione per un giocatore di football che è rimasto nel cuore di molti tifosi.

L’analisi dei luoghi

Il film si svolge nel luogo di nascita di Papale, a Glenolden in Pennsylvania: sulla pagina di Wikipedia dedicata a questa città (ma accade per quasi tutte le città mappate sulla enciclopedia libera), sono indicate le coordinate geografiche (39°53′56″N 75°17′33″W) che puntano direttamente su GeoHack, un sistema di Wikipedia per geolocalizzare una posizione attraverso la sua longitudine e latitudine, grazie a diversi strumenti: dal NASA World Wind a Google Earth fino ad arrivare a Google Maps grazie al Wikipedia-Layer che punta direttamente alla mappa della città di Glenolden.

Trovare le location dei film su IMDB e Google Maps

A questo punto, siccome l’appetito vien mangiando, ho googlato una stringa tipo “vince papale film location” e il primo risultato è stato quello del più grande database di film al mondo: IMDB. Infatti, qui, oltre a contenere tutti i film realizzati e in corso d’opera e tutti gli attori esistenti, contiene anche le indicazioni, molto precise (laddove possibile fino al numero civico), delle location dove sono stati girati gli interni e gli esterni dei film. In particolare, per il film, Invincible (2006) ho trovato le seguenti location principali:

Franklin Field – 235 S. 33rd Street, University of Pennsylvania, Philadelphia, Pennsylvania, USA
e
Geno’s Steaks – 1219 South 9th Street, Philadelphia, Pennsylvania, USA

A questo punto è stato facile inserire su Google Maps le seguenti vie:

235 S. 33rd Street Philadelphia
e
219 South 9th Street, Philadelphia

per trovare esattamente i luoghi di ripresa del film. Se una visione dall’alto, forse, non potrà dare alcuna indicazione, usando Google Street View, si riesce facilmente a distinguere le location usate. In particolare, accade strabiliantemente per 219 South 9th Street, Philadelphia, dove, andando indietro di un paio di numeri civici, si ritrovano le stesse case a schiera viste nel film. Ecco le foto:

Google Street View Location: 219 South 9th Street, Philadelphia

Google Street View Location

Film Location: 34′ 43”

Film Location

Ovviamente dovete considerare che, nella maggior parte delle volte, non troverete mai coincidere i posti reali con quelli del film, perché ovviamente le scene e i luoghi vengono sempre modificati e, spesso, una buona parte, per ridurre il budget, vengono riprodotte negli interni, ma se vi fate caso, nel film sono state usate proprio queste due case: guardate le porte, la posizione delle finestre, del lucernaio e l’inclinazione delle scale. Cambia solo il numero dei gradini: da 4 diventano 3 (ma l’altezza complessiva è rimasta la stessa). Anche i colori principali sono stati lasciati, con qualche ritocco e uniformità, come quelli dell’originale. Insomma tutto coincide perfettamente e non c’è dubbio che il posto trovato su Google Street View sia proprio quello usato durante la ripresa di Invincible!

Spero, quindi, che questa spiegazione possa essere utile a tutti coloro che, appassionati di cinema e televisione, amano ritrovare le location in cui sono stati girati i propri film e serie tv preferite, senza dover spendere un euro per visitare di persona lontani posti come queste cittadine americane.

Tag:Film, Google, Google Street, mappe, wikipedia
CONTINUE READING >
5 comments
gen 7 2009

Come disinstallare il nuovo Picasa 3 per Mac OS X

Posted by Antonio Troise
Tweet

Vi starete sicuramente chiedendo come mai ho deciso di fare un articolo su come disinstallare l’atteso Picasa 3 per Mac OS, il programma distribuito gratuitamente da Google che permette di organizzare, migliorare e condividere fotografie, quando tutta internet sta acclamando l’uscita di questo prodotto di indubbia utilità. Semplice: non mi piace e la sua disinstallazione non è così immediata come avviene per il 99% dei prodotti della Mela. Finché ero su Windows, Picasa era il software di gestione degli archivi fotografici per eccellenza, ma ora, che da poco più di anno sono passato al mondo Mac, non mi soddisfa più. Gli ho dato una rapida occhiata e, dato che l’unica caratteristica che mi interessava, come il Face Detection, sarà anche presente sul prossimo iLife 09 (che sicuramente acquisterò), ho deciso che avere due software quasi identici come Picasa e iPhoto sullo stesso PC, non faceva al caso mio.
Sul mio Macbook Pro ho oltre 10.000 foto tutte taggate per persona (certo se avessi saputo che avrebbero introdotto il Face Detection, avrei evitato di associare i tag per ogni componente della mia famiglia!) e devo dire che gestire questo archivio con iPhoto è molto più facile che non usando Picasa. Sarà una questione di abitudine, sarà per come gestisce gli eventi, sarà che l’interfaccia grafica di iPhoto è più accogliente di quella di Picasa (un po’ troppo Unix style per i miei gusti), o sarà che è perfettamente integrato con il sistema operativo, resta il fatto che oggi, dopo un oretta dall’installazione, ho deciso di rimuoverlo.

A descrivere meglio questi mie pensieri vi cito una frase di Mac Blog che riassume alcune idee comuni:

Il motivo per cui Google avrebbe potuto scegliere di sviluppare il software per Mac solo ora, a distanza di molto tempo dalla sua comparsa su Windows e Linux, potrebbe essere a mio avviso molto semplice, ovvero che gli utenti Apple non ne hanno assolutamente il minimo bisogno! Sia chiaro, funziona bene, per quel poco che ho provato, e sarebbe perfetto se solo non esistesse già un’applicazione che copre le funzioni svolte dal programma in maniera ottimale: iPhoto, la cui organizzazione è eccellentemente integrata nell’OS e il cui editing non ha nulla da invidiare a Picasa

Disinstallare completamente Picasa 3 per Mac OS X

Purtroppo, per rimuovere qualsiasi traccia di Picasa, non è sufficiente spostare nel cestino l’applicativo Picasa.app presente sotto /Applications/ e il file com.google.picasa.app presente sotto /Users/antonio/Library/Preferences/ (ovvero, quello che normalmente suggeriscono applicativi come AppZapper)

Picasa AppZapper

bensì, come si legge su Picasa Help nella sezione Installing and Uninstalling occorre:

  1. Aprire il Finder e, nella cartella Applications (o in qualsiasi altra directory si è installato Picasa), spostare nel Cestino il file Picasa.app
  2. Andare nella direvtory /Users/[username}/Library/Application Support/Google/ e spostare nel cestino tutta la directory Picasa 3. Qui, dentro, è presente, tra le altre informazioni, il database logico delle foto (la directory db3) che, con i tag, l’organizzazione in album delle foto e backup delle foto editate, può arrivare ad occupare anche qualche centinaio di megabytes! Se, invece, si intende solo fare il rebuild del database, è sufficiente cancellare solo la cartella db3 e alla successiva riapertura, Picasa rifarà la scansione delle foto.
    Picasa DB
  3. Se si è deciso di far scansionare tutto l’hard disk, invece che fargli visionare in sola lettura il db di iPhoto, è possibile che, in presenza di foto, Picasa 3, salvi un file .picasa.ini nelle relative directory (sistema decisamente invasivo di indicizzare le foto). Per cancellare questi file occorre avere i privilegi di Amministratore e occorre visualizzare i file nascosti su Mac (se non volete lavorare da terminale con i comandi “ls -la” potete scaricare l’applicazione gratuita iVisible 2.0.1 per Mac che abilita/disabilita la visione dei file e delle cartelle nascoste su Mac OS X).
Tag:Google, ilife, iphoto, Mac os x, picasa
CONTINUE READING >
4 comments
nov 13 2008

Google Flu Trends: come prevedere i picchi influenzali analizzando le ricerche su Google

Posted by Antonio Troise
Tweet

E’ noto che Google è una delle poche società che, in maniera intelligente, riesce ad usare la sua tecnologia per usi non comuni laddove nessun’altra società del web avrebbe mai avuto il coraggio di investire. E’ questo anche il caso dell’ultimo progetto Google Flu Trends, un sito web che ha l’ambizione di voler prevedere i picchi influenzali anche 10 giorni prima rispetto alle autorità sanitarie locali o internazionali. Al momento questo nuovo strumento di Google (nato dall’incrocio tra Google Trends e Google.org, la sezione filantropica del motore di ricerca) si focalizzerà solo negli Stati Uniti, ma non è escluso che presto coinvolgerà tutto il mondo.

Ma come riuscirà nel suo intento se per anni migliaia di ricercatori in tutto il pianeta cercano di prevedere le epidemie influenzali, riuscendo solo a farlo con pochissimi giorni di anticipo? Il metodo è molto semplice e proprio nello “stile google“. Infatti, Google Flu Trends, a detta gli autori, sarà in grado di anticipare l’arrivo delle epidemie stagionali grazie all’analisi delle ricerche su internet effettuate dai milioni di utenti della Rete! Calcolando quanto parole come ‘sintomi influenzali‘, ‘influenza‘, ‘febbre‘, ‘termometro‘ o altri sinonimi vengono inserite come chiave di ricerca sul web, Google Flu Trends potrà sfornare in netto anticipo dati importanti sui picchi influenzali e magari aiutare a contenerne l’entità.

Infatti, scavando nei loro archivi a Mountain View hanno scoperto che con l’approssimarsi dell’influenza la gente cerca sempre di più parole ad essa correlata, sia che si tratti di medicinali da acquistare che di informazioni sulla malattia che di materiale come siringhe.

Google Flu Trends

Oggetto di un articolo in via di pubblicazione su Nature, questa nuova metodologia di ricerca e di previsione pare possa captare il tipo di informazioni richieste dagli utenti della Rete e di trasformarli, in caso siano riconducibili all’influenza, in grafici e mappe che riportano il possibile andamento delle epidemie a livello regionale. Google Flu Trends, inoltre, è in grado di rilevare e predirre anche la crescita o il propagarsi del virus in una certa area visto che può suddividere le ricerche in base alla loro provenienza.

Google, inoltre, ci tiene a precisare che per quanto riguarda il discorso privacy, tutti i dati raccolti saranno trattati come dati anonimi, per nulla riconducibili al singolo utente.

Al momento, nella fase beta di questo progetto ambizioso, Google Flu Trends coprirà solo gli Stati Uniti, ma la compagnia ha intenzione di applicare il nuovo sistema non solo a tutto il mondo, ma anche ad altre malattie, contribuendo agli interventi di prevenzione!

Da come si può vedere dal grafico degli anni precedenti presente sulla pagina di How does this work? del progetto,

Google Flu Trends History Graph

sembra che l’andamento delle ricerche per le parole chiave dell’influenza e i picchi influenzali seguono le stesso trend. C’è quindi da sperare che il progetto possa risultare davvero utile.

Tag:Google, influenza, Internet, privacy, termometro, trend, virus, web
CONTINUE READING >
1 comment
ott 22 2008

Con il solo iPhone Apple diventa il terzo produttore di cellulari dopo Nokia e Samsung e App Store raggiunge i 200 milioni di applicativi venduti in soli 102 giorni

Posted by Antonio Troise
Tweet

Oggi sono rimasto impressionato dai risultati finanziari della Apple relativi al quarto trimestre 2008 conclusosi il 27 settembre (Q4-2008): Apple è diventata, in termini di fatturato, il terzo produttore mondiale nel campo della telefonia cellulare, dietro a Nokia e Samsung, e seguita da Sony Ericsson, LG, Motorola e RIM. Ma la cosa più straordinaria è che è riuscita a raggiungere questo livello con solo 2 modelli (iPhone 2G e iPhone 3G) in catalogo e, se considerate che tutto questo è avvenuto a soli 15 mesi di distanza dall’ingresso della società sul mercato della telefonia mobile, converrete con me che è davvero strabiliante.

Per capire, però, ancora meglio il successo dell’iPhone dovete considerare che Nokia, leader nel settore, opera nella telefonia mobile dal 1995 con 212 modelli, mentre Samsung ha iniziato nel 2000 con 254 modelli di cellulari!

Ma Apple ha battuto anche RIM, la società che produce Blackberry, la soluzione leader nella telefonia enterprise, che ha dichiarato 6,1 milioni di dispositivi, contro i 6.9 milioni di telefoni prodotti dalla società di Cupertino (in crescita di oltre il 600% rispetto all’anno scorso, quando era in vendita nei soli Stati Uniti), raggiungendo ufficialmente l’obiettivo che si era prefissata lo scorso anno, cioè vendere 10 milioni di telefoni.

Record iPhone

Tutto ciò ha portato Apple ad avere 25 miliardi di dollari di liquidità al sicuro in banca con l’azzeramento dei debiti!

Apple ha più cassa del valore di mercato di Dell e di Microsoft

E pensare che il 6 ottobre 1997, in risposta a una domanda, Michael Dell, fondatore e CEO dell’azienda DELL, rispose che se fosse stato a capo di Apple l’avrebbe chiusa e avrebbe restituito i soldi agli azionisti. Oggi, la capitalizzazione di Apple è di 91,79 miliardi di dollari, ha zero debiti e venticinque miliardi di dollari in cassa. Considerando che la capitalizzazione sul mercato di Dell è al momento di 24,66 miliardi di dollari, ne deriva che teoricamente Apple avrebbe in tasca e immediatamente disponibile la somma necessaria a comprarsi l’intera Dell!
Inoltre, confrontando i dati trimestrali di Apple e Microsoft, in questo momento di crisi economica, si scopre che la società di Cupertino ha più liquidi del colosso di Redmond: Microsoft ha infatti dichiarato liquidità o investimenti a breve termine per 20,7 miliardi di dollari contro i 24,5 miliardi di Apple.
Un’analista di Bernstein Research ha, però, suggerito ad Apple di effettuare un’operazione di buyback, ovvero ricomprare parte delle sue stesse azioni, in modo da ottenere due grandi vantaggi: l’incremento dell “Earning per Share” di una percentuale variabile dal 4% al 9% (in base alla quota di azioni riacquistate) e un significativo risollevamento del titolo in borsa.

Tutto questo risulta sicuramente di grande rilievo la spaventosa quantità di denaro a disposizione della Apple; grazie ad essa Apple potrebbe essere in grado di operare per acquisizioni, investimenti in ricerca, acquisti di materiali e ogni tipo di operazione senza la necessità di ricorrere al mercato dei prestiti, il che in questo particolare momento economico è un fattore di solidità che pochissime altre società al mondo sono in grado di vantare. La stessa Microsoft, ad esempio, se avesse portato a termine l’acquisto di Yahoo sarebbe stata obbligata a ricorrere ad un prestito con il conseguente pagamento di interessi.

App Store a quota 200 milioni

Per finire, si prevede che domani l’App Store avrà venduto la duecentomilionesima applicazione, in appena 102 giorni dal lancio e con circa 5.500 applicazioni differenti, confermando le ipotesi secondo cui l’App Store è l’Eldorado degli sviluppatori e di Apple!
Ora, dopo questi dati, c’è da scomettere che vedremo un fiorire di negozi virtuali: e quindi, dopo che Apple ha tracciato la strada con il suo App Store, ecco nascere l’Android Market per il cellulare made in Google (T-Mobile G1), il BlackBerry App Center (disponibile per gli utenti a partire da marzo 2009), per il telefonino della RIM (in cui ci saranno ricavi del 80% contro il 70% della Apple) e, notizia recente, Skymarket, il nome in codice del marketplace service dedicato a Windows Mobile, nel quale riunire e vendere le oltre 18.000 applicazioni per Windows Mobile prodotte da terze parti e attualmente disponibili sul mercato.

Tag:android, app, app-store, Apple, cellulare, Google, iPhone, iphone-3g, Mobile, nokia
CONTINUE READING >
1 comment
ott 14 2008

Come seguire la diretta del Keynote Apple con Site Reloader e lista di tutti i siti che seguono l’evento in live blogging

Posted by Antonio Troise
Tweet

Se non potete fare a meno di seguire il Keynote Apple di oggi martedi 14 Ottobre 2008 presso il Town Hall di San Francisco, bombardati dalle decine di rumors e segnalazioni fotografiche di presunti nuovi modelli di Macbook, Macbook Pro e Apple Cinema, allora sicuramente, alle 19:00 di questa sera, sarete tra quelli che resteranno davanti al PC, pronti a cliccare sul tasto refresh del vostro browser. Se volete evitare questa noiosa procedura, laddove i vostri siti preferiti non supportino l’auto-refresh delle pagine che seguono il live dell’Apple Event, allora non potrete di certo fare a meno di Site Reloader (sito simile ma più evoluto di Page Reboot, comunque valido se non si hanno particolari esigenze), una utility web che ci permette di aggiornare una o più pagine web caricate attraverso delle finestre popup, con un intervallo di tempo del reload che va da 5 secondi a 30 minuti (di default è impostato un tempo ragionevole, anche per il live blogging di questa sera, di 30 secondi).

Come funziona Site Reloader

La procedura è molto semplice: andiamo sul sito, inseriamo l’indirizzo del sito a cui siamo interessati e clicchiamo su Add. Quindi, verrà aggiornata in ajax una lista presente sotto il textbox, con l’elenco di tutte le url inserite e il relativo tempo di reload modificabile a piacere. E’ possibile anche eliminare un sito, cliccando sull’icona rossa con la X, e automaticamente verrà chiusa anche la finestra popup relativa. Oppure, molto più semplicemente, chiudere la finestra popup di un sito e, automaticamente, verrà eliminata anche la riga nella lista dei siti di Site Reloader.

Site Reloader

A differenza di altre applicazioni web simili, questo sito sfrutta le Google App Engine e, per poter salvare la lista dei siti da monitorare, occorre loggarsi con un account Google (lo stesso che usate per la vostra Gmail o per uno delle decine di servizi messi a disposizione dal motore di ricerca).

Inoltre, sempre solamente per gli utenti che effettuano il login e che hanno, quindi, potuto salvare la lista dei siti da monitorare, è presente anche la funzione di autocaricamento dei siti salvati sulla nostra lista, appena si aprirà la pagina di Site Reloader. Unica nota: per funzionare correttamente, Site Reloader necessita della disabilitazione (o dell’abilitazioni delle eccezioni) dell’eventuale Popup Blocker presente oramai di default su qualsiasi browser.
In definitiva, Site Reloader è indubbiamente un servizio molto utile per seguire cronache di eventi in diretta.

La lista dei siti che seguono il Keynote Apple

Per finire, ecco una lista di siti, che potrete inserire su Site Reloader, che questa sera, verso le ore 19:00 ora italiana (ore 10 am ora locale) effettueranno il live blogging dell’evento Apple:

  • Engadget (live)
  • Crunchgear (qui il live con le pagine che effettuano il refresh automatico)
  • MacRumorsLive
  • MacWorld (live)
  • Gizmodo
  • The Apple Lounge Live Twitter
  • Melablog
Vantaggi e svantaggi

Il vantaggio di usare servizi web online (piuttosto che applicazioni standalone come plugin per Firefox come ReloadEvery) è, indubbiamente, oltre ad essere indipendenti dalla piattaforma e dai browser usati, anche quello di avere la lista dei siti da monitorare ovunque si sia. Lo svantaggio è che, come spesso accade in eventi mondiali che riscuotono un notevole successo mediatico che, in termini pratici, corrisponde ad un numero elevato di visitatori, è possibile che siti come Site Reloader possano andare offline, come accaduto durante il Keynote Apple del 15 Gennaio 2008 in cui servizi online come Twitter e CoverITLive non hano retto l’intenso traffico che da tutto il mondo transitava sui loro servers, venendo meno l’interessante diretta che stavano realizzando.

Non credo questo possa essere il caso di Site Reloader, nel qual caso dovremmo ricorrere al vecchio metodo del refresh manuale delle pagine internet, oppure, molto più semplicemente, collegandosi ad evento finito bypassando le spasmodiche cronache del Keynote Apple!

Tag:Ajax, Apple, browser, firefox, Google, keynote, liveblogging, macbook
CONTINUE READING >
0 comments
set 16 2008

Spostare i data center di Google, Yahoo, Cisco e Microsoft in Islanda dove si trovano in grande quantità freddo ed energia pulita

Posted by Antonio Troise
Tweet

Ieri ho scritto un articolo sul sostanzioso inquinamento che producono i data center, tanto che si è calcolato che nel 2020, se non verrà implementata una politica di contenimento dei consumi, le emissioni dei sistemi server supereranno quelle del traffico aereo commerciale. Oggi vorrei completare il discorso parlando di un interessante rapporto della società internazionale di consulenza PricewaterhouseCooper, che ha indicato nell’Islanda il posto ideale dove piazzare i data center dei grandi siti come Google, Yahoo, Cisco, Microsoft e, perché no, anche Facebook e Second Life!

L’isola del gelo e dei geyser

Islanda Il motivo è molto semplice: in Islanda si trovano in grande quantità freddo ed energia. E, siccome i data center, consumano moltissima elettricità, e metà di questa se ne va per il raffreddamento delle macchine, il posto ideale sembra proprio essere l’isola del gelo e dei geyser. Infatti, se da un lato il freddo permanente consentirebbe di ridurre i costi di condizionamento dei locali (le aziende, proprio per abbassare la temperatura delle macchine, spendono cifre molto elevate per il grande consumo di elettricità), dall’altro l’elettricità verrebbe fornita in modo molto economico dai geyser e da fonti assortite di energia geotermica, che è quasi tutta rinnovabile e pulita! E questo è bene non solo per ragioni di immagine ma perché adesso le industrie devono centellinare le emissioni di anidride carbonica.

Islanda al centro del mondo

Ma vi è anche un motivo strategico e logistico di questa scelta: l’Islanda si trova in mezzo all’Atlantico, ben posizionata per connettersi sia con l’America che con l’Europa, offrendo, quindi, a tutti i paesi tecnologicamente avanzati, la stessa possibilità di usufruire dei beni dell’isola e rendendo l’Islanda l’ombelico del mondo della connettività telematica, di Internet e dell’ecommerce.

Benefici e svantaggi

Insomma, se le cose venissero sfruttate come si deve senza depauperare il magnifico ambiente islandese (peraltro è già nato un movimento di protesta ecologista), potrebbe essere un’ottima alternativa per centri nevralgici delle grandi reti mondiali di computer gestite da colossi come Microsoft, Google e Yahoo, per avere energia verde!

Inoltre, se ci si mette che in Islanda l’aliquota fiscale per le imprese è appena del 15%, che crimine e corruzione sono fenomi molto rari e che gli isolani, 300.000 abitanti, come tutti i popoli della Scandinavia, sono da sempre patiti delle nuove tecnologie (tanto che l’isola si è già dotata da tempo di connessioni in fibra ottica con America ed Europa), sembra che vi siano tutti i fattori per realizzare questo ambizioso progetto di outsourcing (esternalizzazione).

Personalmente, però, credo che vi siano altri generi di problemi da considerare e che potrebbero scoraggiare queste grandi società: tra tutti sovrastano i costi nell’imbarcarsi in questa impresa. Pensate che l’Islanda è il paese più caro d’Europa, dato che a parte i prodotti della pesca, della pastorizia o della coltivazione in serra, tutto dev’essere importato e deve ricevuto via mare. Ciò comporta che il costo medio della vita è circa doppio dell’Italia.
Inoltre, un eccesso di investimenti stranieri potrebbe costringere la Banca centrale di Reykjavik, come già sta accadendo oggi, ad intervenire per alzare i tassi di interesse per evitare l’inflazione di prezzi (6,8%) e le bolle speculative assortite, alterando, di fatto, l’economia generale dell’isola.

Insomma, oltre ad aspetti puramente ambientali e climatici, è necessario stare attenti a non sconvolgere il precario equilibrio economico dell’isola!

Tag:cisco, elettricità, energia, facebook, Google, inquinamento, islanda, microsoft, yahoo
CONTINUE READING >
2 comments
set 15 2008

Risparmio energetico: quanti Kw consumano un uomo e un avatar di Second Life. Quando anche i siti web inquinano e possibili soluzioni

Posted by Antonio Troise
Tweet

L’energia, o meglio la disponibilità di energia, è ormai una condizione necessaria per il benessere dell’uomo. Per saperla gestire al meglio, però, è necessario prima sapere quanto e come viene consumata da ciascun individuo. Se pensate che, prima della Rivoluzione Industriale, tutto il lavoro veniva eseguito dall’uomo esclusivamente con la forza muscolare, è allora possibile calcolare che il lavoro, ad esempio di un manovale, possa equivalere a circa 20-30 Kg di petrolio all’anno. Vale a dire che se si deve impiegare una macchina per far compiere lo stesso tipo di lavoro e la stessa mole di lavoro, considerando un verosimile rendimento del 20%, consumeremmo circa 20-30 Kg di petrolio in un anno.

Dopo la Rivoluzione Industriale, l’introduzione delle macchine ha radicalmente mutato questa situazione. Se un nostro antenato consumava circa 2000 Kcalorie al giorno, oggi un cittadino medio negli USA, con tutte le macchine e i prodotti che ha a disposizione, può consumare, verosimilmente, anche oltre 250.000 Kcalorie al giorno. In altri termini ogni cittadino americano ha a sua disposizione, ogni anno, l’equivalente energetico di 8000 Kg di petrolio!

Come vedere il consumo energitico anche nel web: Facebook e Second Life

Ma il consumo energetico è possibile vederlo anche laddove non ci si immagina di trovarselo: per esempio su una pagina web. Sono, infatti, pochi gli internauti coscienti di inquinare il pianeta per il solo fatto di esistere e ancora meno che sanno di inquinare il doppio grazie al web. Per esempio, dovete sapere che, secondo una statistica di Jesse Chan, i servizi di Facebook, con i suoi 100 milioni di iscritti, consumano ben 56,5 milioni di Kwh e producono 28.600 tonnellate di CO2 all’anno. Ma il problema, non è ovviamente circoscritto a Facebook ma si estende a tutti i siti internet: da MySpace a Google, compreso, ovviamente anche il mio, che altro non è che un tassello piccolissimo di una enorme server-farm mangia corrente.

Per esempio, un avatar (la parola di origine sanscrita che indica la controparte virtuale di un essere umano sul web) del social network Second Life consuma 1.752 Kwh all’anno, mentre un uomo, in media, ne consuma 2.436. Il bello è che una persona di una nazione in via di sviluppo, però, consuma solo 1.015 Kwh, ovvero molto meno di un avatar! Inoltre, per un avatar, consumare 1.752 Kwh significa anche produrre ben 1,17 tonnellate di CO2, in pratica l’equivalente prodotto da un Suv per 2.300 miglia.

C’è, però, chi sarcasticamente ricorda che le 28.600 tonnellate di CO2 prodotte da Facebook in un anno, non sono niente considerando che il pubblico di questo Social Network ne produce migliaia di volte in più solamente respirando!

I Data Center inquineranno come gli aerei

A mettere i brividi sul nostro futuro, ci pensa un rapporto della società McKinsey che ci ricorda che, nel 2020, se non verrà implementata una politica di contenimento dei consumi, le emissioni dei sistemi server supereranno quelle del traffico aereo commerciale e si avvicinerà sempre più a quello marittimo (che è prossimo allo 0,8% del totale mondiale).
La bolletta energetica per alimentare e raffreddare i data center di tutto il mondo supererà fra poco meno di 12 anni gli 11 miliardi di dollari, considerano circa 41 milioni di macchine attive. Al momento l’archiviazione dati e il “funzionamento” del web produce 160 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Una quota carbonica monumentale che corrisponde allo 0,3% del totale mondiale.

Come indica il rapporto, il motivo principale sta nella bassa efficienza dei data center: i server vengono utilizzati appena al 6% delle capacità, mentre i grossi centri di raccolta dati lavorano al 56% della potenza.

L’iniziativa verde di Google

Ma il fatto più importante è che occorre sensibilizzare questi grandi portali, a comprare solo energie verdi dalle aziende elettriche oppure, magari in un futuro non troppo lontano, producendo energia rinnovabile per i propri server.

Ne è un esempio Google che, con il suo programma verde, ReC (Renewable Energy Cheaper than Coal), ha lanciato una interessante iniziativa per investire in energie rinnovabili a partire dal fotovoltaico, dall’eolico e dal geotermico per poi esplorare nuove soluzioni, con l’obiettivo finale di avere zero emissioni di CO2. Intanto Google ha già iniziato con i piccoli dettagli (che potremmo fare anche tutti noi), come usare lampadine più efficienti e sfruttare la luce solare.

Resa energetica dei pannelli solare e dipingere i tetti di bianco

Intanto, per aiutare il singolo cittadino a risparmiare energia, è venuto in corso anche un interessante sito web, RoofRay, che, basandosi su Google Maps per scegliere la zona dove risiede la propria abitazione, permette, a chi vuole installare un impianto di pannelli solari sul tetto di casa propria, di calcolare quanta sarà la resa energetica nel corso degli anni e se quindi conviene spendere una cifra abbastanza alta (nonostante lo stato italiano dia alcuni contributi) per questo tipo di impianto.

Infine, per risolvere il problema del Global Warming, ovvero del Surriscaldamento Globale, dopo una ricerca condotta presso i Lawrence Berkeley Laboratory, c’è anche chi propone una soluzione a basso costo per cercare di emulare l’azione benefica dei ghiacciai che si stanno inesorabilmente sciogliendo a causa dell’innalzamento della temperatura: colorare di bianco i tetti delle nostre abitazioni, simulando così una calotta glaciale in grado di respingere i raggi del Sole. Hashem Akbari, uno dei fisici impegnati nel progetto, ha dimostrato come mille metri quadrati di “tetto bianco” possano compensare la produzione di ben dieci tonnellate di anidride carbonica.

Tag:avatar, calorie, facebook, Google, inquinamento, Kwh, petrolio, second-life, server
CONTINUE READING >
2 comments
lug 16 2008

Arriva WordPress 2.6 con oltre 20 novità: con le revisioni degli articoli e il conteggio delle parole è sempre più vicino ad un CMS

Posted by Antonio Troise
Tweet

Con quasi un mese di anticipo sulla data prevista sulla data prevista ieri è uscita la release 2.6 di WordPress il cui nome in codice è “Tyner“, ovvero, come da tradizione, del pianista jazz McCoy Tyner. Le caratteristiche di questa nuova versione di WordPress, come vedremo, tendono a far convergere le funzionalità di blog e cms in un unico strumento di gestione, grazie, per esempio, alla possibilità di tenere traccia delle modifiche di ogni articolo e pagina (revisioni) e al conteggio in tempo reale delle parole di un articolo.

Revisioni WordPress

Ecco tutte le novità:

  1. Gestione versioni Sistema di gestione delle revisioni di articoli e pagine. Una feature molto utile per blog multiautore. Infatti, è possibile vedere le modifiche che avete apportato e quando, a qualsiasi news postata, il tutto attraverso un interfaccia semplice, con la possibilità di ripristinare la versione precedentemente salvata.
  2. Press This! Un bookmarklet per che fornisce un popup intelligente e veloce per pubblicare “al volo” sul proprio blog mentre navighiamo il web.
  3. Google Gears Con questa prima implementazione di Google Gears, molti file del lato amministrativo possono essere mantenuti in una copia locale velocizzando enormemente il passaggio da una funzione all’altra. Supportato da IE e FF e a breve anche da Safari e Opera.
  4. Anteprima e paginazione dei temi Quando si seleziona un tema questi viene presentato in anteprima, con un effetto simile a lightbox, senza dover effettivamente attivarlo, permettendo di verificarne la correttezza prima di renderlo disponibile al pubblico.
    Inoltre, se avete decine di temi installati, ora è stata attivata la paginazione dei temi, ovvero potete vederli suddivisi per pagine (15 alla volta), in modo da velocizzare il caricamento.
  5. Conteggio parole Non si dovrà più tirare ad indovinare di quante parole è composto il nostro articolo..
  6. Didascalia immagine, per poter aggiungere una didascalia alle proprie immagini sullo stile di Political Ticker does.
  7. Gestione di massa dei plugin: ora sono divisi i plugin da attivare da quelli già attivati.
  8. Una completa revisione del controllo immagine per permettere inserimenti, fluttuazioni e ridimensionamenti facili alle proprie immagini. Ora completamente integrato con l’editor WYSIWYG.
  9. Riordinamento delle gallerie tramite Drag-and-drop.
  10. Avviso di aggiornamento plugin tramite bubble in modo da non essere più necessario visualizzare la pagina dei plugin per vedere se sono presenti aggiornamenti.
  11. Avatar standard personalizzabile.
  12. Caricamento di media anche con l’editor in modalità a schermo pieno.
  13. Pubblicazione remota tramite XML-RPC e APP disabilitata di base,ma è possibile riattivarli facilmente tramite la finestra delle impostazioni.
  14. Supporto SSL completo nel codice di WP e possibilità di forzare l’SSL per migliorare la sicurezza.
  15. Possibilità di avere diverse migliaia di pagine o categorie senza problemi di interfaccia.
  16. Possibilità di spostare il file wp-config e la directory wp-content in un posizione personalizzata.
  17. Selezione di un insieme di caselle di spunta tramite l’uso di “shift-clic.”
  18. Possibilità di passare dall’uploader Flash a quello classico.
  19. Una serie di miglioramenti alla sicurezza proattiva, che comprendono i cookie e le interazioni col database.
  20. Versioni migliori e più veloci di TinyMCE, jQuery, e jQuery UI.
  21. La versione 2.6 corregge circa 194 bachi.
Video presentazione di WordPress 2.6

Il team inglese ha anche realizzato un breve filmato di 3 minuti e mezzo di presentazione delle novità di WordPress 2.6:

Note sulla installazione

Due note sulla installazione e configurazione di questa nuova release. A differenza della precedente release i file di localizzazione sono posti dentro la directory wp-content/languages e non più in wp-includes/languages; quindi, se volete, potete anche rimuovere quest’ultima directory.

Inoltre, con questa versione sono state introdotti 3 nuovi parametri per il file wp-config.php che ora definisce una serie di 3 SECRET KEY (prima ne era presente solo una): AUTH_KEY, SECURE_AUTH_KEY e LOGGED_IN_KEY. Per generarle in maniera automatica potete, in generale, fare riferimento a GRC’s Ultra High Security Password Generator oppure, più specificatamente per WordPress, fare riferimento a Secret Key, un tool online messo a disposizione dal team di WordPress.org che genererà un codice analogo a questo:

Download

Per scaricare la nuova versione potete andare nella sezione download del sito ufficiale di WordPress.org (per il futuro, esiste anche un link universale che permette di scaricare l’ultima release disponibile: http://wordpress.org/latest.zip) oppure scaricare la versione localizzata dl team di WordPress-it.it.

Alcuni suggerimenti: le origini di WordPress e la Reference Template Tag

Per i più affezionati a questo strumento per il blogging, consiglio allora la lettura di Evolution of WordPress: B2/Cafelog to WordPress 1.0, che spiega tutti i passi che sono stati necessari per passare dal padre putativo B2/Cafelog alla prima versione stabile di WordPress.

Infine, se volete personalizzare il vostro tema e non volete impazzire nella sezione Template Tag del WordPress.org Codex, allora vi consiglio di leggere WordPress Template Tags Reference Guide, una intuitiva guida realizzata dal team di DBS Interactive che raccoglie in una unica pagina e in macro categorie (come Author, Comments o Permalinks) tutti i tag usati per lo sviluppo dei temi per WordPress, con tanto di esempi.

Tag:avatar, Blog, bookmarklet, Google, password, Plugin, Video, Wordpress
CONTINUE READING >
8 comments
lug 2 2008

Come risparmiare banda: ridurre le email dei commenti e i backup via FTP, usare le AJAX Library API di Google con il plugin per WordPress e disattivare Google Translator che non porta traffico utile ad Adsense

Posted by Antonio Troise
Tweet

Più volte mi sono dovuto imbattere in ottimizzazioni certosine per ridurre i consumi di banda mensile sul mio sito: riducendo le dimensioni dei file javascript, attivando la compressione HTTP e, a volte, anche spostando le immagini su un altro server. Ma non ho mai dovuto affrontare incrementi di banda di oltre 10/20 GB in un solo mese.
Infatti, lo scorso Giugno, con mia grande sorpresa a soli 20 giorni dall’inizio del mese, il mio sito aveva già esaurito la banda di 40 GB messa a disposizione dal Blooweb, arrivando, a fine mese, ad oltre 50 GB di banda totale. Grazie alla gentilezza dello staff del mio hosting, mi hanno ripristinato temporaneamente il servizio in attesa che capissi da cosa fosse dipeso questo improvviso aumento di banda.

Sicuramente nell’ultimo mese avevo ricevuto un incredibile aumento di visitatori e questo aveva sicuramente influenzato le statistiche: oltre 30.000 visitatori unici in più (103.000 solo a Giugno) rispetto alla media dei mesi scorsi con un incremento di banda sproporzionato di oltre 16 GB in più (giungendo a 39.52 GB a fine mese di solo traffico HTTP).

La banda è la somma del traffico HTTP, FTP, SMTP e POP

Quello che mi aveva colto impreparato, però, era che il traffico HTTP (evidenziato da tool statistici com Awstats) non era l’unico elemento che veniva conteggiato nella soglia di banda messa a disposizione da un hosting (ed evidenziato nella homepage del mio cPanel): infatti, oltre al traffico HTTP, veniva conteggiato anche quello FTP, SMTP e POP. Normalmente, però, questi valori sono sempre trascurabili rispetto alla banda generata dal traffico delle pagine web. Questo, però, fino a questo mese, visto che il 20 Giugno, a fronte di un traffico HTTP di soli 28.76 GB, il sistema misurava una banda totale che superava i 40 GB! Ovvero, stavo consumando oltre 10 GB tra traffico FTP, SMTP e POP! Una cosa davvero incredibile rispetto alla media dei mesi precedenti.

Troppi commenti con false email generano traffico SMTP

Analizzando con calma la situazione ho scoperto che la funzione di segnalazione dei commenti (del plugin per WordPress Subscribe To Comments) inviava quotidianamente molti messaggi che non venivano mai recapitati correttamente (nell’ordine di alcune centinaia al giorno), probabilmente perché molti utenti che lasciavano commenti sul mio blog non inserivano email reali. Ciò creava un indubbio traffico SMTP anche se credo non della portata di 10 GB mensili, visto che i messaggi recapitati erano solo ASCII.
Comunque, onde evitare problemi, ho provveduto ad eliminare tutte le email che si erano registrati su un solo articolo del mio sito (oltre il 95% delle mail memorizzate), supponendo che chi scrive un commento con una email fittizia sia un visitatore di passaggio e quindi non un commentatore abituale. In tal modo non ho dovuto disattivare completamente questa funzione.

Fare spesso via FTP i backup di siti molto grandi riduce la banda mensile

Un altro problema che ho messo in luce è che, se è vero che nel conteggio del traffico totale mensile, era prevista anche la banda FTP usata, allora ogniqualvolta eseguivo un backup del mio sito, questo erodeva la quota mensile. Ora siccome dal cPanel è possibile eseguire un backup di tutta la mia home directory e non solo della directory in cui risiedono le mie pagine web, ogni volta che faccio il backup del sito, scarico ben 639 MB (a fronte di un peso effettivo del mio blog di poco più di 200 MB). Se in un mese, come è accaduto a Giugno, eseguo 4-5 backup, consumo oltre 3 GB di banda mensile.
Per risolvere questo problema ho deciso di scaricare solo il contenuto effettivo del mio sito e, laddove possibile, sempre verso fine mese, in modo da tenere sotto controllo il consumo di banda.

Il problema ricorrente delle dimensioni dei file Javascript e le AJAX Library API di Google

Se questi ultimi 2 punti sono stati volti a risparmiare quel fattore di banda invisibile e difficilmente monitorabile, ho deciso anche di intervenire, ancora una volta, su quella HTTP. Devo dire che, mano a mano che avanza lo stato di ottimizzazione del sito, affrontare il problema della banda, è un lavoro davvero certosino e occorre considerare diverse variabili prima trascurate e, non da ultimo, alcuni elementi nuovi (come l’installazione di nuovi plugin) che sono intercorsi dall’ultima analisi.

Tra questi troviamo anche un vecchio problema: i file javascript. Infatti, nonostante la precedente volta li abbia compressi più che mai, nel solo mese di Giugno, i soli file JS occupavano ben 8.96 GB di banda mensile!

Per risolvere parzialmente questo problema, ho pensato, quindi, di poter sfruttare le AJAX Library API di Google. In pratica, Google, recentemente ha messo a disposizione di tutti le maggiori librerie javascript e ajax compresse, linkabili direttamente dai loro server: jQuery, Prototype, script.aculo.us, Mootools e Dojo!

Centralizzando la distribuzione dei framework javascript e sfruttando le infrastrutture della rete di Google è possibile ottenere innumerevoli vantaggi: caching (utilizzando il medesimo URL per i file, c’è la probabilità che il browser dell’utente abbia già scaricato la libreria precedentemente), compressione Gzip/Minify, e file ospitati sui server veloci di Google e quindi riduzione del traffico generato dal proprio sito.

E’ possibile richiamare gli script all’interno delle proprie pagine utilizzando la classica sintassi:

oppure con il metodo google.load(), che di fatto è molto più potente e performante, perché permette di indicare anche la versione desiderata della libreria:

Nel caso di script.aculo.us dovremo caricare anche prototype:

Infatti, per garantire la compatibilità delle applicazioni, Google offre anche una serie di versioni diverse per ogni libreria Javascript e permette di specificare quella desiderata. Il versioning è, però, anche intelligente. Infatti, se si specifica una versione parziale della libreria (p.es 1.8), Google ci farà scaricare l’ultima release stabile di quella revision (p.es. 1.8.4), mentre se si specifica solo la versione “1″ allora lui scaricherà l’ultima disponibile, ovvero, la “1.9.1″.

Plugin per WordPress per le Google AJAX Libraries API

Se non volete mettere mano al codice della funzione wp_head() di WordPress per eliminare il riferimento al file prototype residente sul server ed inserire il link a quello residente sul server di Google, esiste un comodissimo plugin: Google AJAX Libraries API Plugin. Una volta attivato non farà altro che sostituire (con un add_filter()) il riferimento a tutti i framework gestiti con la versione ospitata sui server di Google.

L’unico svantaggio è che non usa la versatile funzione google.load() (che permette di puntare dinamicamente alla ultima release stabile) bensì il classico link diretto al file javascript. Ciò vi costringerà a tenere sotto controllo la versione di Prototype usata da WordPress e aggiornare di conseguenza il plugin (che ancora non è inserito nella Repository Ufficiale dei Plugin per WordPress) oppure modificarlo a mano.
Inoltre, non punta neanche alla versione compressa del file javascript, il che comunque non rallenta minimamente il caricamento della pagina.

Infatti, come è possibile vedere, eseguendo i test con i Pingdom Tools, usando la versione non compressa di Google abbiamo un peso di 123,2 KB (che comunque non influenza la banda del proprio sito) e un tempo di caricamento di 0.5 secondi

Google AJAX Libraries API

mentre usando la versione ospitata sul mio server, a fronte di un peso complessivo di 46,6 KB abbiamo un tempo di caricamento di oltre 1,2 secondi!

Prototype self hostes

Disabilitazione di alcuni plugin

Inoltre, tra i file più letti ho trovato tutta una serie di plugin per i commenti:

  • quoter.php (plugin: Quoter)
  • ajax-comment-preview-js.php (plugin: AJAX Comment Preview)
  • lmbbox-comment-quicktags.php (plugin: LMB^Box Comment Quicktags)

Ho deciso, quindi, in via del tutto sperimentale, di disattivarli (visto che comunque non sono essenziali per l’inserimento di un commento), per capire che influenza avevano sulla banda totale e sulla velocità del sito (monitorabile facilmente con i Pingdom Tools).

Disattivare Google Translator che non porta traffico utile ad Adsense

Al termine di queste mie analisi ho scoperto che un plugin che avevo installato stava producendo un aumento di banda non indifferente in maniera totalmente indiretta e difficilmente monitorabile: sto parlando del plugin per WordPress Global Translator, un tool per la traduzione automatica delle pagine nelle principali lingue sfruttando le API di Google Translator.

Infatti, da quando a fine Maggio lo avevo installato, il traffico proveniente dagli Stati Uniti è quasi raddoppiato, passando da 15.08 GB a ben 28.06 GB! Considerando che il mio sito è scritto in italiano, è facilmente intuibile che quel plugin aveva avuto il pregio di allargare la mia fetta di visitatori ad un pubblico che solitamente non mi leggeva.

Ma allora mi sono chiesto: il traffico in più proveniente dagli Stati Uniti era traffico utile e valido e poteva essere vantaggioso per il mio sito oppure era solo uno spreco inutile di banda? Il fatto che la traduzione automatica di Google non potrà mai rispecchiare fedelmente il testo scritto nella propria madre lingua, può portare gente realmente interessata a quello che dico o solo a visitatori passivi che incappano per errore nelle mie pagine? Devo dire che, per certe keyword specifiche, il mio sito risultava primo anche in lingua inglese, e ciò conferma il fatto che Google ha svolto un ottimo lavoro di indicizzazione delle mie pagine. Ma la mia esperienza con le pagine tradotte in automatico non è delle migliori, perché spesso non si riesce a cogliere il senso più profondo delle frasi ma solo una descrizione sommaria. E purtroppo non è questo quello che desidero dare ad un lettore!

Inoltre, per i più veniali, un altro indubbio svantaggio è che, a fronte di un raddoppio di banda usata e di pagine viste, ciò non portava ad alcun incremento degli introiti di Google Adsense che si attestavano sempre sugli stessi valori dei mesi precedenti. Questo capita perché, come ho potuto constatare, anche se la pagina risulta tradotta in inglese (o in qualsiasi altra lingua), i banner Adsense risultano sempre visibili in italiano, vanificando quindi il loro scopo perché nessun inglese cliccherà mai su una pubblicità scritta in un’altra lingua.

Quindi, a ragione, ho provvedduto a disabilitare la traduzione automatica del sito, sperando che, quando Google avrà tolto dal suo indice le pagine scritte in un altra lingua al di fuori dell’italiano, la quota mensili di banda consumata si possa attestare su valori ragionevoli.

Il problema della banda dei server italiani

Il problema dei server che risiedono in Italia è che la banda viene ceduta quasi a peso d’oro: un upgrade di soli 5 GB di traffico mensile mi viene a costare bene 42.00 € in più; considerando che, in teoria, avrei bisogno di almeno altri 20 GB di banda, il costo di gestione del mio sito lieviterebbe di oltre 120.00 €!
Capite bene perché, ogni 2-3 mesi, sono costretto ad ottimizzare al massimo le prestazioni del mio sito riducendo inutili sprechi! Spero che questa mia testimonianza possa essere utile a qualcuno che, come me, combatte quotidianamente con il traffico mensile.
Se poi avete qualche altra idea o suggerimento sono sempre disponibile ad ascoltarvi.

Tag:adsense, Ajax, api, backup, banda, bandwidth, blooweb, compressione, ftp, Google, google translator, Javascript, Php, Plugin, prototype, Wordpress
CONTINUE READING >
17 comments
giu 17 2008

Furti d’identità con Google: sottovalutando l’importanza dei dati personali si lasciano le porte aperte ai criminali

Posted by Antonio Troise
Tweet

Googledorks Google è sicuramente un ottimo motore di ricerca forse fin troppo potente per gli usi che normalmente possiamo farne. A sfruttarne pienamente tutte le sue caratteristiche evolute, ci pensano però i temibili ladri di identità. Infatti, se usato opportunamente Google costituisce una seria minaccia per la nostra privacy (oltre che un enorme database anche per carpire informazioni utili sulle vulnerabilità dei siti web): è sufficiente semplicemente conoscere a fondo come funziona il motore di ricerca più famoso al mondo, per riuscire a recuperare i nostri dati dispersi nel web e farlo diventare, in breve tempo, uno strumento micidiale nelle mani dei ladri di identità.

Il motivo di questa pericolosità è semplice: Google è diventato un vero e proprio archivio globale della rete e i suoi bot macinano milioni di pagine al minuto memorizzando qualsiasi tipo di documento o file personale, tutti alla stessa maniera, comprese anche password, elenchi di utenti, nomi di login e tutti i dati che con imperizia non vengono protetti.

Google Hacking Database

A dimostrarlo è il Google Hacking Database, un sito web contenente centinaia di trucchi per usare il search engine americano a fini non proprio trasparenti.

Ad oggi, il Google Hacking Database contiene 1423 stringhe di ricerca con cui esercitarsi nell’Hacking attraverso Google (il sito è in continua evoluzione e vengono regolarmente postate nuove ricerche su google che permettono di scoprire dati sensibili). Tra le 14 categorie del database, è possibile trovare vari comandi più o meno invasivi, da digitare nella barra delle ricerche: è possibile, per esempio, rintracciare i file di registro di tutte le operazioni effettuate su un server, compresi, in alcuni casi, i dati e le password per entrarvi. Oppure si può entrare nella posta elettronica altrui o accedere illegalmente ai profili utente dei servizi di instant messaging di AOL, Yahoo! e MSN Microsoft.
Ma Google non si ferma solamente a documenti: alcune stringhe possono riportare immagini di WebCam o di videocamere digitali che fotografano scene di vita da uffici, aziende, fabbriche.

Su Amazon è addirittura possibile acquistare il libro scritto da Johnny Long (autore del sito citato) e intitolato Google Hacking for Penetration Testers.

Googledorks

È nato anche un nuovo termine ad indicare chi lascia tali documenti online: i GoogleDorks ovvero le “persone sciocche scoperte da Google” e che lasciano disponibili inavvertitamente via web dati sensibili come numeri di carte di credito e password.
Ma, in senso più generale, le “Googledorks” possono stare ad indicare anche quelle chiavi di ricerca di Google che, tramite una precisa sintassi, permettono di scoprire directories e/o files nascosti, contenenti informazioni importanti e riservate.

Ladri di indentità improvvisati

Ma, a volte, non è necessario essere degli esperti hacker e saper padroneggiare con le tecniche di Google hacking, per avere gli strumenti in grado di rubare l’identità delle persone. Esistono, infatti, operazioni decisamente più semplici e intuitive come quando si effettua la ricerca per immagini di keyword come “passaporto” (o, in inglese, “passport”), “codice fiscale” o “carta d’identità”. Non ci crederete ma, a volte, è possibile trovare decine di documenti originali messi online da privati o uffici pubblici. Un vero paradiso per chi vuole costruirsi un alter-ego falso appropriandosi dell’identità altrui.

I dati personali nei Social Network vengono spesso sottovalutati

Il problema, infatti, è che i dati personali non sono considerati tanto importanti dalla maggior parte dei navigatori che non pensano minimamente alla loro tutela. Secondo l’Osservatorio inglese Get Safe Online (sito sponsorizzato dal governo britannico che tutela i naviganti della rete), circa il 75% dei giovani non ha scrupoli ad inserire informazioni sensibili nelle proprie email, nelle chat, nei blog e nei Social Network.

E sono proprio questi ultimi, con siti come Facebook e Myspace, ad essere fonte di vere e proprie frodi online. Infatti, ai criminali sono sufficienti pochi dati per effettuare operazioni bancarie: non è detto che i ladri trovino tutte le informazioni necessarie su siti sui quali queste si condividono, ma basta qualche dettaglio privato per avviare una ricerca più approfondita sulla persona da truffare.

I professionisti del “Get Safe Online”, indicano la via per rendere difficile il furto delle informazioni personali degli utenti: dall’utilizzo di una password complessa all’utilizzo di email che non prevedano il nominativo dell’utente“.

Conclusioni

Da questi ragionamenti, in definitiva, si evince, che sono proprio le vittime, inconsapevolmente, a fornire ai criminali gli strumenti per delinquere!

Tag:database, Google, Googledorks, hack, hacker, Hacking, identità, privacy
CONTINUE READING >
3 comments

Categorie

Commenti Recenti

  • Antonio Troise on Browseo: visualizzare le pagine web come un motore di ricerca
  • Cristian Castellari on Browseo: visualizzare le pagine web come un motore di ricerca
  • Analizziare le pagine web come le vede un motore di ricerca on Browseo: visualizzare le pagine web come un motore di ricerca
  • Antonio Troise on Firefox 19
  • Emanuele on Firefox 19
PREV 1 2 3 … 8 NEXT

Meta

  • Collegati
  • Voce RSS
  • RSS dei commenti
  • WordPress.org

Friends Link

  • GamerTagMatch
  • SeguiPrezzi.it – Risparmia con Amazon.it
  • Trendy Nail

Seguimi su:

  • facebook
  • twitter
  • rss
Creative Commons License
Levysoft by Antonio Troise is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale 2.5 Italia License.
© Copyright 2004 - 2013 - Levysoft by Antonio Troise