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	<title>Levysoft &#187; Web 2.0</title>
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	<description>Rev0lut1on 2.0 of my mind engine</description>
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		<title>Un viaggio virtuale tra le vie della nostra infanzia in un videoclip interattivo in HTML 5 degli Arcade Fire</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 13:42:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Troise</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Finalmente qualcosa di nuovo e a proporcelo è la creatività di rock band indie canadese, gli Arcade Fire, Google Maps e Street View di Google e la potenza di HTML 5, coniugando arte e geoweb in un videoclip su misura per ciascun utente, andando oltre la visione passiva per diventare un’esperienza personale dello spettatore.
In teoria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente qualcosa di nuovo e a proporcelo è la creatività di rock band indie canadese, gli <a href="http://www.arcadefire.com/"><strong>Arcade Fire</strong></a>, <strong>Google Maps e Street View di Google</strong> e la potenza di <strong>HTML 5</strong>, coniugando <strong>arte e geoweb</strong> in un <strong>videoclip su misura per ciascun utente</strong>, andando <strong>oltre la visione passiva per diventare un’esperienza personale dello spettatore</strong>.</p>
<p>In teoria per visualizzare questo piccolo capolavoro (curato dal filmaker <strong>Chris Milk</strong>) servirebbe <a href="http://www.google.com/chrome"> <strong>Google Chrome</strong></a> ma io l&#8217;ho visualizzato senza alcun problema con <strong>Safari</strong> 5.0.1 per Mac (scordatevi di usare Explorer mentre funziona anche su Safari di iPad o iPhone, ma il tempo di caricamento è più lungo) ma, credetemi vale davvero la pena perché questa <strong>esperienza visiva ed emozionale vale ampiamente 5 minuti del vostro tempo!</strong></p>
<div align='center'><img style='float:none; clear:both;' src='http://www.levysoft.it/images/p2084_arcade_fire_1.jpg' alt='Arca Fire - The Wilderness Downtown' /></div>
<p>Una volta che avrete deciso quale browser usare, mettetevi comodi, alzate il volume della casse, e collegatevi al sito del progetto <a href="http://www.thewildernessdowntown.com/"><strong>The Wilderness Downtown</strong></a> nato per promuovere il nuovo singolo, &#8220;<strong>We used to wait</strong>&#8220;, dell&#8217;ultimo album degli Arcade Fire, <a href="http://www.metacritic.com/music/the-suburbs-2010/details">The Suburbs</a>. Qui vi verrà chiesto di <strong>inserire l’indirizzo della casa in cui siete cresciuti</strong> (mi raccomando inserite solo la via di dove siete cresciuti perché secondo me fa la differenza), e date l&#8217;OK. Dopo aver atteso qualche istante per dare il tempo al motore di caricare, cliccate su PLAY e lasciatevi andare ad una <strong>cavalcata emotiva indietro nel tempo</strong>, sulle ali di una nostalgia cullata dalle parole e dalla melodia di &#8220;We used to wait&#8221;.</p>
<p>Quando avete finito di guardare il videoclip interattivo, un vero e proprio, viaggio virtuale tra le vie dove si è nati e cresciuti, tornate qui a leggere&#8230; <strong>è una cosa che dovrete provare da soli, senza anticipazioni</strong>, ed è per questo che non ho voluto riprendere alcun video su Youtube di questo videoclip, perché non potrebbe mai rendere l&#8217;idea!</p>
<p>E&#8217; <strong>poesia espressa in musica e video</strong>, ed è molto più efficace di tanta altri videoclip di registi famosi, perché è un <strong>videoclip personalizzabile, fatto su misura sui vostri ricordi, e che lo rende solo vostro!</strong> Quando vi ho detto che era importante inserire l&#8217;indirizzo di dove siete cresciuti e non del vostro lavoro o di dove attualmente vivete, c&#8217;era una ragione: <strong>l&#8217;aspetto emozionale è molto diverso perché non potrete altrimenti godere di un’esperienza interattiva e personale che mira a stimolare nostalgia e malinconia del passato</strong> (che è il tema della canzone). Se guardate il videoclip interattivo, quando vedrete la vostra vecchia casa o quella via in cui giocavate a pallone, <strong>piano piano affioreranno dal passato i ricordi della vostra infanzia, rincorrendo l’onda di sensazioni perdute e che per pochi minuti avete ritrovato</strong>.</p>
<div align='center'><img style='float:none; clear:both;' src='http://www.levysoft.it/images/p2084_arcade_fire_3.jpg' alt='Arca Fire - The Wilderness Downtown' /></div>
<p>Girato dal regista <a href="http://www.chrismilk.com/"><strong>Chris Milk</strong></a> insieme al <strong>Google Creative Lab</strong>, sfruttando Google Street View e Google Maps, usa la tecnologia <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/HTML5"><strong>HTML5</strong></a> (tanto amata da Steve Jobs che vorrebbe sostituirla al Flash), il video ha dato i risultati sperati perché <strong>la band indie è prima negli Stati Uniti</strong> (156.000 copie vendute in una settimana) e <strong>prima in Inghilterra</strong> (61.000 copie).<br />
Ho apprezzato molto <strong>l&#8217;uso sapiente di un filtro seppia sulle immagini di Google Street</strong> per rendere uniforme le immagini visualizzate con il videoclip (<a href="http://www.chromeexperiments.com/arcadefire/">qui</a> trovate una pagina che descrive le tecniche usate per realizzare questo video interattivo) e <strong>molto bella la scena degli uccelli che volano dai rami del messaggio che avete scritto</strong> in una finestra ad un&#8217;altra (dando un senso di continuità al tutto, in modo da far sembrare un tutto l&#8217;uno l&#8217;ambiente creato a tempo di musica) con le immagini della via inserita in precedenza, e diventando, poi, alberi cresciuti sull&#8217;asfalto.</p>
<p>Vi lascio con la <a href="http://www.ilpost.it/2010/08/31/video-interattivo-arcade-fire-we-used-to-wait/?utm_source=feedburner&#038;utm_medium=feed&#038;utm_campaign=Feed%3A+ilpost+%28Il+Post+-+HP%29">migliore descrizione del video</a> che ho trovato:</p>
<p><code>Dopo aver inserito l’indirizzo della via dove abitavate da bambini parte un video con un ragazzino che corre, cappuccio della felpa calato. Si aprono altre finestre del browser, a tempo di musica: uno stormo di uccelli che reagisce al movimento del  mouse, e soprattutto le immagini della via che avete inserito, inquadrata a volo d’uccello. Al centro della vostra via, lontano, il ragazzino che corre. Le finestre del browser continuano poi ad aprirsi e spostarsi: gli uccelli sorvolano la vostra casa, l’inquadratura si avvicina al portone quando il ragazzo smette di correre, e tutto inizia a girare intorno a lui. Gli uccelli volano via, noi ci allontaniamo di nuovo verso il cielo e sullo schermo appare un foglio bianco, in cui ci viene chiesto di scrivere o disegnare — con mouse e tastiera — un messaggio per il bambino che un tempo viveva lì, con un segno che si disperde poi in rami e rivoli. Lasciato il messaggio si torna nella vostra via, dove gli uccelli si lanciano in picchiata verso la strada, diventando alberi allo scontro con l’asfalto, e ricoprendo di verde la città.
</code>
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		<title>Disponibili 23 Inviti per la beta pubblica di Google Wave</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 15:03:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Troise</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Lo so, non è molto originale, la blogosfera oramai pullula di post che regalano inviti per la beta pubblica Google Wave. Ma, dopo la prima manciata di amici che ancora non avevano ricevuto un invito a provare Google Wave, ho ritenuto giusto regalare i restanti ai primi 23 affezionati lettori di Levysoft! Per cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.levysoft.it/images/p2069_inviti_google_wave.jpg' alt='23 Inviti per la beta pubblica di Google Wave' /> Lo so, non è molto originale, la blogosfera oramai pullula di post che regalano inviti per la beta pubblica <a href="http://wave.google.com/"><strong>Google Wave</strong></a>. Ma, dopo la prima manciata di amici che ancora non avevano ricevuto un invito a provare Google Wave, ho ritenuto giusto <strong>regalare i restanti ai primi 23 affezionati lettori di Levysoft</strong>! Per cui affrettatevi: <strong>lasciate il vostro commento in calce a questo articolo e presto vi arriverà un invito</strong> <img src='http://www.levysoft.it/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':)' class='wp-smiley' /> </p>
<p>Per chi non lo sapesse ancora, <a href="http://wave.google.com/">Google Wave</a> è <strong>l&#8217;innovativo strumento personale di comunicazione e collaborazione</strong> messo a punto dall&#8217;azienda di Mountain View e considerato, da molti, il futuro della comunicazione online:</p>
<p>Si tratta di una applicazione web, di una piattaforma e di un protocollo di comunicazione pensato per riunire email, messaggistica istantanea, wiki e social network. È <strong>fortemente orientato alla collaborazione real-time</strong>, supportato da estensioni che possono fornire, ad esempio, un solido controllo ortografico e grammaticale, la traduzione automatica tra 40 diverse lingue, e diverse altre estensioni. Basato sul <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Extensible_Messaging_and_Presence_Protocol">protocollo XMPP</a></strong>, per far sì che chiunque possa costruire un client o un server, il suo obiettivo è quello <strong>integrare il flusso di informazione, che va a generarsi dalle nostre conversazioni, in un unica piattaforma</strong>.</p>
<p>Grazie a Google Wave è possibile permettere la <strong>comunicazione e collaborazione in tempo reale tra più persone</strong> (gli utenti potranno scambiarsi testi, immagini, video, musica e conversare, in real time) con la <strong>possibilità di &#8220;riavvolgere&#8221; la conversazione e vedere quello che è stato discusso nei giorni precedenti</strong>.</p>
<p>Per una sintesi delle <strong>15 caratteristiche principali di Google Wave</strong>, vi rimando a questo filmato:</p>
<div align="center">
<object width="480" height="295"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/xBzuuWZPaXc&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;color1=0x2b405b&#038;color2=0x6b8ab6"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/xBzuuWZPaXc&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;color1=0x2b405b&#038;color2=0x6b8ab6" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="295"></embed></object></div>
<p>La <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Google_Wave">cosa</a> che forse non tutti sanno e che da appassionato di serie di fantascienza mi ha fatto davvero piacere, è che il <strong>curioso nome è ispirato alla serie televisiva Firefly dove il nome Wave indica una comunicazione elettronica</strong> (spesso riferita a una chiamata o a un messaggio video). Infatti, durante la fase di sviluppo sono stati numerosi i riferimenti a questa serie.</p>
<p><strong>UPDATE</strong>: Inviti terminati il 15 dicembre 2009, ma non appena Google me ne concederà altri, sarò ben lieto di distribuirne un altro po’.
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		<title>Niiu: il primo quotidiano personalizzato d’Europa</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 11:08:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Troise</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ In tempi in cui c&#8217;è una evidente crisi internazionale della stampa stampata a tutto favore dell&#8217;informazione online e di crisi del ruolo del giornalista confrontato continuamente con quello del blogger, c&#8217;è anche chi ama azzardare e andare controcorrente puntando tutto sulla pagina scritta, ma lo fa in maniera originale.
La sua redazione è in Germania [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src='http://www.levysoft.it/images/p2067_niiu_logo.gif' alt='Niiu' /> In tempi in cui c&#8217;è una evidente <a href="http://www.levysoft.it/archivio/2009/03/24/la-crisi-della-carta-stampata-in-futuro-pagheremo-5-centesimi-ad-articolo-per-poter-leggere-le-notizie-dei-giornali-online/"><strong>crisi internazionale della stampa stampata</strong></a> a tutto favore dell&#8217;informazione online e di crisi del <a href="http://www.levysoft.it/archivio/2009/09/24/perche-equiparare-la-blogosfera-con-le-testate-giornalistiche-tradizionali-riflessioni-sul-fact-checking-e-il-blog-power/">ruolo del giornalista confrontato continuamente con quello del blogger</a>, c&#8217;è anche chi ama azzardare e andare controcorrente puntando tutto sulla pagina scritta, ma lo fa in maniera originale.</p>
<p>La sua redazione è in Germania e la testata giornalistica, nata il <strong>16 ottobre 2009</strong> dall&#8217;idea di due studenti berlinesi di 23 e 27 anni, Wanja Soren Oberhof e Hendrik Tiedemanne, si chiama <a href="http://www.niiu.de/"><strong>Niiu</strong></a> ed ha la prerogativa, sinora unica, di <strong>allineare l&#8217;informazione ai gusti di ogni singolo lettore, recapitando a casa di ciascuno una edizione personalizzata del giornale</strong>, scegliendo gli articoli su una <strong>selezione di testate locali, nazionali e internazionali, web compreso</strong>. Il costo sarà di 1,20€ per gli studenti e di 1,80€ per gli altri (per dare un metro di paragone, un giornale di stampo classico come Bild costa 0,60€, mentre il Tagesspiegel costa 0.95€).</p>
<h5>Un esempio d&#8217;oltreoceano</h5>
<p>Questa <strong>inaspettata sinergia tra carta stampata e web</strong>, l&#8217;abbiamo già ritrovata, se <a href="http://www.levysoft.it/archivio/2009/03/12/negli-usa-the-printed-blog-un-quotidiano-gratuito-fara-da-aggregatore-dei-migliori-contenuti-pubblicati-dai-blog-come-e-la-situazione-in-italia/">ricordate</a>, ad inizio di quest&#8217;anno, quando negli USA è nato <a href="http://www.theprintedblog.com/"><strong>The Printed Blog</strong></a>, un <strong>giornale gratuito stampato su carta</strong> (<strong>sei pagine a colori</strong> confezionate da una redazione ridotta all’osso), distribuito nelle principali città americane (Chicago, San Francisco, New York), che in grado di <strong>aggregare i migliori contenuti locali pubblicati online su blog e social network</strong>, secondo il classico modello del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Crowdsourcing">crowdsourcing</a>.</p>
<h5>La rivoluzione di Niiu</h5>
<p>Ma a differenza di The Printed Blog, <strong>è stata messa in atto una altra piccola rivoluzione che trasforma il lettore, passivo per natura, in un particolare editore, con un ruolo attivo di merge delle informazioni</strong>. Concepito per <strong>attirare i giovani alla lettura dei quotidiani</strong>, il <strong>concetto editoriale</strong> su cui Niiu si basa è altamente <strong>innovativo</strong>, poiché <strong>ciascun lettore potrà costruirsi il proprio Niiu</strong>, in base alle <strong>preferenze segnalate in fase di sottoscrizione</strong> sul sito web del giornale, ed è in grado di <strong>integrare gli articoli tradizionali</strong> (di testate giornalistiche classiche) con <strong>contenuti provenienti da blog, reti sociali e RSS feed</strong>, magari condito con giochi, andamento delle azioni in borsa e meteo della propria città, il tutto stampato in versione individuale su carta, <strong>con una foliazione diversificata, da 8 a 60 pagine</strong>, a scelta dei lettori (anche in base al giorno: per esempio otto pagine il lunedì, ma 60 pagine il venerdì). Gli articoli, in <strong>lingua inglese e tedesca</strong>, possono essere <strong>scelti da circa 500 testate</strong> con cui sarebbero stati stretti degli accordi.</p>
<h5>Le aspettative</h5>
<p>Secondo la tesi dei loro ideatori, molti giovani ‘’<em>sono stanchi di informarsi su internet e sono pronti a pagare per un giornale di loro gradimento</em>’’. L’ obbiettivo è quello di raggiungere il <strong>traguardo delle 5.000 copie in sei mesi a Berlino</strong> e il vantaggio, oltre che per la nuova generazione di lettori, sarà anche per <strong>gli inserzionisti</strong> perché <strong>avranno il vantaggio unico di fare pubblicità estremamente mirata e toccare dei segmenti di consumatori molto precisi</strong>.</p>
<p>Ora non resta che rimanere in attesa e vedere se questo esperimento avrà successo e magari chissà se anche noi potremo usufruire di questo nuovo modello di informazione.
<p class="akst_link"><a href="http://www.levysoft.it/?p=2067&amp;akst_action=share-this"  title="Invia il post via mail o salvalo in uno dei servizi di bookmarking sociale..." id="akst_link_2067" class="akst_share_link" rel="nofollow">Condividi</a></p>
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		<title>Perché equiparare la blogosfera con le testate giornalistiche tradizionali? Riflessioni sul Fact-Checking e il Blog Power</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 15:22:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Troise</dc:creator>
				<category><![CDATA[Idea Lab]]></category>
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		<description><![CDATA[Un paio di giorni fa i giornali diedero la notizia che il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama aveva asserito di voler dare un aiuto economico ai giornali in difficoltà flagellati dalla crisi economica perché il buon giornalismo è essenziale alla salute della democrazia, mentre lo stesso non si può dire dell&#8217;exploit che sta avendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un paio di giorni fa i giornali diedero la notizia che il Presidente degli Stati Uniti <strong>Barack Obama</strong> aveva asserito di voler dare un <strong>aiuto economico ai <a href="http://www.levysoft.it/archivio/2009/03/24/la-crisi-della-carta-stampata-in-futuro-pagheremo-5-centesimi-ad-articolo-per-poter-leggere-le-notizie-dei-giornali-online/">giornali in difficoltà</a></strong> flagellati dalla <strong>crisi economica</strong> perché il <strong>buon giornalismo è essenziale alla salute della democrazia</strong>, mentre lo stesso non si può dire dell&#8217;exploit che sta avendo la <strong>blogosfera </strong>e, in generale, tutte le reti di Social Network, <strong>considerate solamente come un pool di opinioni senza controllo sui fatti</strong>, senza la giusta collocazione delle storie in un contesto verificato e pieno di <strong>persone che si urlano una contro l&#8217;altra, prive di comprensione reciproca</strong>.</p>
<h5>Il Fact-Checking</h5>
<p><img src='http://www.levysoft.it/images/p2060_obama_stroke.jpg' alt='Obama' /> Parole dure giustificate dal fatto che Obama, a suo dire, vorrebbe <strong>scongiurare il declino dei giornali su carta</strong> (grazie alle elargizioni di aiuti pubblici e ad agevolazioni fiscali ai gruppi editoriali più colpiti dalla crisi) che porterebbe, inevitabilmente, all&#8217;<strong>affermarsi di una blogosfera che, per sua natura, è senza controlli su tutto ciò che viene scritto</strong>. Lo scopo ultimo è quello di dare la possibilità ai quotidiani tradizionali di continuare a offrire &#8220;<strong>integrità giornalistica, cronache basate su fatti e indagini svolte con serietà</strong>&#8221; che altrimenti verrebbe sostituita da una <strong>blogosfera dove si può trovare ogni sorta di informazione e opinione non verificate</strong> (il famoso <strong>Fact-Checking</strong>, ovvero quella consuetudine, propria di ogni redazione giornalistica, di verificare con cura quanto viene pubblicato). In pratica <strong>la blogosfera altro non è che tutta opinione e niente controllo sui fatti</strong>!</p>
<p>In parte si può comprendere l&#8217;atteggiamento di Obama che ha sparato a zero contro la blogosfera, perché <strong>proprio ultimamente molti blog lo hanno attaccato sulla sua riforma sanitaria sbandierando</strong>, secondo la sua Amministrazione, <strong>dati non aderenti alla realtà</strong>. Ma è anche vero che negli Stati Uniti, in cui <strong>quasi tutti i blogger avevano sostenuto Obama durante le presidenziali</strong>, queste affermazioni sono state viste come delle vere e proprie <strong>coltellate al cuore per tutti coloro che lo avevano appoggiato con i nuovi mezzi messi a disposizione dal Web 2.0</strong>. Già in passato, a Marzo 2009, <strong>Obama aveva in qualche modo rinnegato i blogger definendoli &#8220;semplicistici e fuorvianti&#8221;</strong>.</p>
<h5>Il contesto della blogosfera</h5>
<p>La risposta arriva da <strong>Neil Henry</strong>, rettore della <em>Scuola Superiore di Giornalismo di Berkeley</em>, in una interessante intervista su &#8220;<em>La Stampa</em>&#8220;, in cui afferma: </p>
<blockquote><p>La <strong>blogosfera </strong>è una realtà distinta nell&#8217;universo dell&#8217;informazione per la quale <strong>non può essere applicato un controllo sistematico perché contro natura</strong>.<br />
[...]<br />
Nello sconfinato mondo della blogosfera, <strong>il principio del Fact-Checking</strong> (per garantire che l&#8217;informazione sia credibile e accurata) <strong>non può essere applicato</strong>, perché si parla di voci, di opinioni.</p>
<p><strong>Imporre un Fact-Checking sistematico ai blog, significa andare contro la loro stessa natura di flusso libero di opinioni e di analisi</strong>, per il quale sono stati creati.
</p></blockquote>
<h5>Le differenze tra blog e giornali</h5>
<p>Se è vero che <strong>le parole feriscono più di una spada</strong> è anche vero che <strong>la libera diffusione delle idee è da sempre stato un delicato argomento di discussione</strong>. E&#8217; noto che <strong>quando si ha troppa libertà</strong>, questa situazione è sempre vista, da chi detiene il potere, come uno <strong>strumento troppo pericoloso che si immagina possa sfociare nell&#8217;anarchia più assoluta</strong>.</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/giornalismo-online-giornalsmo-dicarta.pdf">Quando</a> si <strong>scrive per un blog, l&#8217;autore si assume fino in fondo le responsabilità di ciò che scrive</strong>. Parallelamente, il blog <strong>offre una maggiore libertà</strong>, ovvero il <strong>poter scrivere su qualsiasi argomento</strong>. In un giornale, invece, l&#8217;autore ha la possibilità di sentire la libertà di scrivere ciò che vuole, ma l’argomento è scelto sempre dal giornale stesso. In pratica <strong>l’articolo di una testata giornalistica è sempre il risultato di un’azione coordinata all’interno delle proprie competenze e della politica editoriale del girnale stesso</strong>.</p>
<p>A tal proposito mi piace citare una frase di <strong>Dan Gillmor</strong> che fa capire come la <strong>Rete sia uno strumento fondamentale per interloquire</strong> e mette in evidenza la differenza tra <em>conversation e lecture</em>:</p>
<blockquote><p>
Quando sei nel blog partecipi alla conversazione, mentre quando scrivi su un quotidiano stai facendo una lezione!
</p></blockquote>
<p><em>Granieri, autore di Blog Generation</em> ci fa notare che abbiamo ancora molta <strong>difficoltà a considerare la blogosfera come giornalismo</strong>.</p>
<blockquote><p>
«Sebbene i materiali da costruzione siano gli stessi (ovvero le informazioni) e alcune procedure di composizione siano simili, <strong>i blog non sono giornalismo. Informano, ma non sono giornalismo come lo conosciamo, anche quando a tenere un blog è un professionista riconosciuto dall’Ordine</strong>»
</p></blockquote>
<p>Forse, però, è il caso <strong>adeguare il concetto di giornalismo alla nostra era</strong>: infatti<strong>, si può fare del buon giornalismo anche senza alcuna tessera professionale!</strong> Ma è tuttavia vero che forse nella sua vastità, <strong>la blogosfera manca di uno strumento di controllo proprio dei giornali</strong> (o almeno di quasi tutti), che sicuramente non le appartiene e, <strong>forse, non ambisce neanche ad avere</strong>.</p>
<p>C&#8217;è chi afferma che <strong>nella blogosfera, c&#8217;è una netta prevalenza delle opinioni rispetto alle notizie</strong> e che, a volte, ha la tendenza a diventare strumento di attivismo piuttosto che di informazione (non che da queste caratteristiche siano immuni le migliori testate giornalistiche tradizionali), forse proprio di tutto ciò che segue un modello di interrelazione <em>uno-con-molti</em>.</p>
<p>Quel che è certo è che <strong>il vantaggio di un blog è quello di non doversi vergognare a volersi  rivolgersi solo a nicchie ben individuate</strong> che il giornalismo tradizionale spesso ignora a favore delle grandi masse.</p>
<h5>Il blog è per definizione non esaustivo?</h5>
<p>Il problema è che dato che <strong>la blogosfera pullula di blog personali senza nessun tipo di qualità giornalistica, è facile cadere nelle accuse</strong>, da parte dell’élite mediatica<strong>, di non rilevanza della blogosfera</strong>.</p>
<p>Però, come analizza Granieri, <strong>il blog, a differenza di modelli a noi più familiari come il quotidiano o la rivista, non ha nessuna pretesa di essere esaustivo</strong>. Anzi, al contrario, un blog tende per definizione a portare «fuori da sé» il lettore, <strong>dirigendolo verso altre fonti, verso altre voci</strong>. Il risultato è che <strong>nessuno legge un solo blog, poiché si tratta di un singolo nodo in un’opera collettiva ipertestuale che tende a configurarsi come un sistema di contenuti</strong>.</p>
<p>Quindi, per la sua stessa natura, <strong>il blog è un atto di generosità</strong>: essendo un <strong>nodo in un sistema di lettura</strong>, <strong>sposta l’attenzione (e il lettore) su altre fonti invece di cercare di trattenerlo sulle sue pagine</strong>. Questa scelta che <strong>in un sistema competitivo sarebbe un suicidio, nel sistema weblog è prassi</strong>, è un circolo virtuoso, in cui il <strong>trasferimento del lettore è funzionale</strong> e non va contro gli interessi personali o privati.</p>
<h5>Perchè equiparare i blog ai giornali?</h5>
<p>Ma il problema è: <strong>chi ha chiesto di equiparare i blog ai giornali?</strong> Perché ci si ostina a volerli guardare allo stesso modo?<br />
<strong>Chi fa blog, come il sottoscritto, non si sogna mai di essere equiparato ad un giornalista</strong>. Il suo &#8220;lavoro&#8221; lo fa solo per passione e nel tempo libero e i suoi argomenti sono vari e mai dettati da alcuna redazione.</p>
<p>Infatti, come <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/giornalismo-online-giornalsmo-dicarta.pdf">asserisce</a> il giornalista Andrew Sullivan:</p>
<blockquote><p>La discussione sui blog non va orientata sulla loro essenza giornalistica, ma sulla loro esistenza, sulla loro utilità ed importanza nel nostro mondo attuale e, soprattutto, sulla loro integrazione con il mondo dell’informazione. Mentre gli esponenti del giornalismo tradizionale insistono su quelli che sono gli elementi che non fanno dei blog una forma di giornalismo, Sullivan suggerisce di <strong>guardare il blog e il giornalismo non come due soggetti da mettere in contrapposizione, ma come entità complici all’interno della rete</strong>. L’uno può servire ad ampliare e migliorare l’altro.</p></blockquote>
<h5>La paura dei giornali tradizionali: il Blog Power</h5>
<p>Io credo <strong>che non sono i blog a voler diventare testate giornalistiche, bensì penso che siano i giornali tradizionali</strong>, (che a causa dell&#8217;avvento del web sono in grande crisi), <strong>ad aver paura dei blog</strong>, che spesso rubano fette di milioni di lettori ai media classici. <strong>Ed è da questa paura del diverso, del rivoluzionario, dell&#8217;innovativo che nascono queste accuse alla blogosfera che di fatto, ha solo il merito, di regalare un nuovo modo di comunicare le notizie</strong>, le idee e le informazioni, ma anche un nuovo modo per partecipare alla conversazione. E&#8217; da qui che nascono i <strong>weblog di giornalisti</strong> che, tentando di emulare i blog, cercano di <strong>recuperare il terreno perduto</strong>. Il problema è che <strong>siccome sono sempre associati a grandi testate giornalistiche</strong>, e quindi sempre in accordo con la politica editoriale in Rete del suo giornale di appartenenza, <strong>non riescono mai ad essere fino in fondo come gli autori del blog</strong>.</p>
<p>Ma a spaventare più di tutti è la constatazione che, alcune volte, <strong>un unico blogger che lavora da casa può raggiungere lo stesso numero di lettori di un grande giornale</strong> (è l&#8217;effetto del <a href="http://www.levysoft.it/archivio/2007/08/22/una-legge-americana-tutelera-il-segreto-professionale-dei-blogger-ma-dovranno-dimostrare-di-essere-retribuiti-attraverso-le-inserzioni-pubblicitarie/">citizen journalism</a> e del <a href="http://www.levysoft.it/archivio/2007/08/01/domanda-ai-blogger-sul-blog-power-siete-consapevoli-dellenorme-potere-che-detenete/">Blog Power</a> in <a href="http://www.levysoft.it/archivio/tag/blog-power/">senso esteso</a>), <strong>senza dipendenti, senza spese e senza costi di produzione</strong>. Anche se bisogna ammettere che non può produrre in nessun modo gli articoli approfonditi ad alta intensità di manodopera che un buon giornale propone quotidianamente, <strong>questo enorme vantaggio competitivo dipende dall’evoluzione tecnologica ed è inevitabile</strong>, ma i giornali tradizionali non lo capiscono ancora pienamente.
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		<title>Riflessioni sulla innovazione tecnologica e la convergenza mediale</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jul 2009 13:54:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Troise</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cosa rende un prodotto tecnologico maggiormente appettibile rispetto ad un altro? Non è facile rispondere alla domanda, perchè il risultato dell&#8217;equazione altro non è che un mix tra la possibilità di offrire maggiori caratteristiche rispetto ad un altro prodotto, a come questo si presenta al pubblico in modo da risultare più trendy e di tendenza. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cosa rende un prodotto tecnologico maggiormente appettibile rispetto ad un altro?</strong> Non è facile rispondere alla domanda, perchè il risultato dell&#8217;equazione altro non è che un mix tra la possibilità di offrire maggiori caratteristiche rispetto ad un altro prodotto, a come questo si presenta al pubblico in modo da risultare più trendy e di tendenza. Al giorno d&#8217;oggi <strong>l&#8217;innovazione tecnologica è in grado di regalarci nuove possibilità</strong> e la sfida, ora, non è più quello di offrire di più a meno, ma è quella di <strong>offrire meno a più, ma includendovi, anche, una esperienza d&#8217;uso maggiore rispetto al passato</strong>. Mi spiego meglio: grazie alla evoluzione della tecnologia è facile, oramai, <strong>veicolare a costi sempre più ridotti più servizi su una stessa infrastruttura</strong>. E&#8217; in questo caso che si parla della famosa &#8220;<strong>convergenza</strong>&#8221; che, inesorabilmente, porta all&#8217;equazione <strong>più servizi e prodotti a prezzi ridotti</strong>. Basti pensare a tutte le <strong>offerte &#8220;triple&#8221; e &#8220;quad-play&#8221;, IPTV compresa, in grado di attuare la convergenza voce-internet</strong>, vale a dire <strong>l&#8217;offerta congiunta di voce, dati, video e telefonia mobile in un solo servizio</strong> (gli analisti tendono a chiamarla anche &#8220;<strong>convergenza multimediale su IP</strong>&#8220;) Qualcosa che fino a qualche anno fa era impensabile! Lo stesso si può dire per il <strong>digitale terrestre (DTT) che, all&#8217;insegna della convergenza fra tlc, multimedia e broadcasting, è in grado di contenere i costi, aumentare i servizi e garantire elevate performance</strong> (almeno teoricamente).</p>
<h5>La visione di Negroponte</h5>
<p>Il primo grande teorico che per primo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Convergenza_(multimedialità)">affrontò il tema della convergenza</a> nell&#8217;ambito della multimedialità (era il lontano 1979), è stato <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nicholas_Negroponte"><strong>Nicholas Negroponte</strong></a> che dettò le <strong>5 Leggi fondamentali che regolano la convergenza</strong>, vista come mix tra telecomunicazioni, informatica e media sulla base della tecnologia digitale:</p>
<ol>
<li>tutte le informazioni possono essere convertite in forma digitale e soggette alla convergenza</li>
<li>la convergenza è la base della multimedialità ed elimina la distinzione fra i mezzi di comunicazione</li>
<li>la natura stessa della convergenza rende obsoleta in partenza l&#8217;imposizione di qualsiasi regola artificiale</li>
<li>la convergenza ha le sue proprie regole naturali</li>
<li>la convergenza è indipendente dai confini dello Stato.</li>
</ol>
<h5>La trasformazione del consumatore</h5>
<p>Ma quello che non tutti sanno è che <strong>a favorire la cultura convergente è stata fondamentale la trasformazione</strong> che ha vissuto, e sta tuttora <a href="http://www.tesionline.com/intl/pdfpublicview.jsp?url=../__PDF/26865/26865p.pdf">vivendo</a>, la<br />
<strong>figura del consumatore</strong>. Infatti, esso <strong>non è più visto come uno spettatore passivo ma è uno strumento attivo, critico ed estremamente sociale, sempre alla ricerca di modi nuovi per interagire e disposto anche a migrare su un nuovo media pur di ottenere ciò che cerca</strong>. Queste sue nuove proprietà hanno <strong>permesso il successo di siti come Facebook, Twitter e Flickr</strong>, ma hanno anche <strong>mutato il rapporto che l&#8217;uomo ha con la tecnologia</strong>.</p>
<h5>La fusione tra il vecchio e il nuovo</h5>
<p>Un altro aspetto molto importante della <strong>convergenza mediale</strong>, è stato che il lungo processo che ha portato a questo <strong>nuovo status della tecnologia</strong>, <strong>non ha precluso i vecchi media, ma li ha semplicemente fusi insieme ai nuovi</strong>, in modo da creare un <strong>nuovo flusso informativo in grado di creare contenuti transmediali innovativi</strong>. In definitiva, <strong>non esiste più il concetto di media associato ad una sola ed esclusiva funzione</strong> (la televisione, la radio, il telefono sono strumenti con un solo scopo unidirezionale) ma esiste <strong>un unico grande flusso informativo e mediatico in grado di svolgere più funzioni contemporaneamente</strong>. Pensate ad esempio quando volete chiamare un amico: per farlo potere usare il caro vecchio telefono su doppino telefonico, oppure il vostro cellulare su rete GSM/EDGE/UMTS, oppure dalla vostra linea digitale con il vostro telefono VOIP, o magari con Skype. <strong>Ma questi stessi strumenti possono effettuare, oltre alla telefonate, anche decine di altre funzionalità</strong>: pensate ad un telefono come l&#8217;iPhone.</p>
<p>Lo stesso Nicholas Negroponte, nel suo  bestseller del 1990 “<em><strong>Essere digitali</strong></em>”, <strong>tracciava una netta distinzione tra “i vecchi media passivi” e “i nuovi media interattivi”</strong>, prevedendo che a breve queste due tipologie si sarebbero <strong>separate nettamente</strong>. Evidentemente nulla lasciava presagire, invece, nemmeno ad un visionario come Negroponte (ricordiamo che è stato uno sostenitore dell&#8217;ambizioso progetto umanitario <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/One_Laptop_per_Child">OLPC &#8211; One Laptop per Child</a>), che <strong>si sarebbero fusi insieme</strong>!</p>
<h5>I vantaggi per il consumatore e per l&#8217;industria</h5>
<p>Tutto questo, ovviamente, se a prima vista è un <strong>innegabile vantaggio per il consumatore finale</strong>, lo è sicuramente <strong>meno per tutto il comparto dell&#8217;offerta che vedrà, all&#8217;improvviso, il suo potenziale valore nettamente diminuito</strong>. Ma il trucco sta nell&#8217;<strong>offrire di più, facendolo pagare di meno in modo da assicurarsi una maggiore fetta di mercat</strong>o in modo che il maggior numero di clienti possa riequilibrare le perdite che se si fosse adattato il vecchio metodo di proporre servizi e tecnologie diverse e separate.<br />
E il vantaggio è sotto gli occhi di tutti: <strong> prestazioni migliori, costi decrescenti e una percezione di maggiore valore in un prodotto/servizio derivante dall&#8217;aggregazione più valori</strong>.</p>
<p>L&#8217;offerta sul mercato di tutto questo <strong>valore aggiunto</strong> è frutto della <strong>innovazione tecnologica e della convergenza mediale</strong> e, nonostante lo stiamo continuamente  vivendo, è un <strong>fenomeno invisibile a più, ma che procede inesorabile verso mete di integrazione ancora difficili da immaginare</strong>.
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		<title>Cosa succede quando un blog viene abbandonato? Quanto è effimera l&#8217;informazione che i blogger riversano nella blogosfera? Come risolvere il problema dell&#8217;oblio?</title>
		<link>http://www.levysoft.it/archivio/2009/06/17/cosa-succede-quando-un-blog-viene-abbandonato-quanto-e-effimera-linformazione-che-i-blogger-riversano-nella-blogosfera-come-risolvere-il-problema-delloblio/</link>
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		<pubDate>Wed, 17 Jun 2009 10:39:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Troise</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vi siete mai chiesti cosa accade quando un blog, per varie motivazioni, viene abbandonato? Il blog, è per sua natura, una entità della sfera di internet che richiede un aggiornamento più o meno periodico. Se questa caratteristica viene meno, per un periodo di tempo considerevolmente lungo, allora si può a ragione dire che il blog, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vi siete mai chiesti <strong>cosa accade quando un blog</strong>, per varie motivazioni, <strong>viene abbandonato?</strong> Il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Blog">blog</a>, è per sua natura, una entità della sfera di internet che <strong>richiede un aggiornamento più o meno periodico</strong>. Se questa caratteristica viene meno, per un periodo di tempo considerevolmente lungo, allora si può a ragione dire che <strong>il blog, in quanto tale, &#8220;è morto&#8221;</strong>. Infatti, esso vive quando al suo interno iniziano a <strong>circolare pensieri, opinioni, riflessioni, considerazioni e commenti</strong>. Se questi elementi sono assenti non si può più parlare di blog ma di sito web nella sua versione più statica.</p>
<h5>Fase 1. Blog dimenticato</h5>
<p>E&#8217; anche vero, però, che <strong>post scritti anche anni prima, ma intrinsecamente senza tempo, possono essere sempre validi</strong> tanto che, anche quando un blog cessa di essere aggiornato questi stessi articoli possono <strong>continuare ad essere citati nella blogosfera</strong>, grazie alla potenza di motori di ricerca come Google in grado di scandagliare tutti gli anfratti dei siti web.</p>
<p>Ma il problema principale di un blog &#8220;morto&#8221; è che <strong>gli utenti</strong>, nonostante i feed reader dei lettore più affezionato possano resuscitarlo piuttosto velocemente, <strong>iniziano, nel corso dei mesi, a dimenticarsi di lui</strong>, e ciò comporta una <strong>riduzione del numero di lettori abituali ma anche di quelli occasionali provenienti dai motori di ricerca</strong>, in quanto, il suo pagerank potrebbe anche inevitabilmente scendere <strong>rispetto ad altri blog più aggiornati in grado di tessere una più fitta ragnatela di link inbound/outbound</strong>.</p>
<h5>Fase 2. Cadere nell&#8217;oblio</h5>
<p>Infine, il rischio maggiore che potrebbe correre un blog non più aggiornato è quello di <strong>cadere nell&#8217;oblio</strong> nel momento in cui, il suo autore, stanco di dover mantenere un sito non più vivo, decida di <strong>non provvedere più al pagamento annuale, più o meno esoso, dello spazio web messogli a disposizione da un servizio di hosting/housing</strong>. Questo problema potrebbe essere meno pressante, se il blogger si era affidato a piattaforme o spazi web gratuiti. Purtroppo, però, questa ultima eventualità potrebbe comunque mettere a repentaglio il blog, &#8220;vivo&#8221; o &#8220;morto&#8221; che sia, in quanto come <strong>qualsiasi servizio gratuito, potrebbe venire chiuso a discrezione del gestore</strong>. Proprio recentemente abbiamo avuto gli esempi della chiusura dello storico <a href="http://geocities.yahoo.com/"><strong>Geocities</strong></a> da parte di Yahoo e lo scampato pericolo del servizio di webhosting <strong>Tripod di Lycos Europe</strong> (in cui tenni il mio primissimo esperimento di blog sconosciuto ai più), che doveva chiudere i battenti il 15 febbraio 2009 ma che, proprio negli ultimi giorni è stato salvato in estremis da <a href="http://www.multimania.it">Multimania</a> per la felicità dei suoi 6 millioni di utenti (<em>al momento però il sito Multimania.it e Multimania.fr non sono raggiungibili, il che non mi fa ben pensare sulla sorte dei suoi siti</em>).</p>
<p>Insomma, <strong>nel caso peggiore</strong> ma non per questo meno realistico, dopo qualche anno, il<strong> blog potrebbe essere anche rimosso dai database di Google</strong> e di lui, non rimarrebbe altro che un sorta di fantasma di sito che fu, che godette di una popolarità riflessa nella blogosfera, ma di cui ora non rimane altro che un <strong>flebile ricordo nella persone che aveva incontrato e in qualche decina di  link, trackback e pingback orfani, come una sorta di appendici verso il passato non più ritrovato</strong>.</p>
<p>Io credo che questa sia la parte più triste di tutta la faccenda: <strong>per quanto un blog possa essere attivo, il fine ultimo della maggior parte di essi, potrebbe proprio essere l&#8217;oblio</strong>. Se già un blog non più aggiornato è triste, vedere un blog sparire lo è ancora di più. Spesso <strong>si dice che Internet è senza memoria, ma questo è parzialmente vero, perché una idea valida esisterà per sempre</strong> (magari citata da decine di altri blog e siti che tenderanno a preservarne, indirettamente, la sua memoria) <strong>ma la vita di un blogger può velocemente sparire</strong>. </p>
<h5>L&#8217;esempio del blog di Onino</h5>
<p>A questo proposito posso farvi l&#8217;esempio di un <strong>blogger famoso fino a qualche anno fa</strong>: il suo sito era <a href="http://www.onino.it/"><strong>OninO.it</strong></a> e, insieme a pochi altri, fu uno dei primi blog che conobbi e lui mi aiutò con i primi passi su Wordpress e con l&#8217;affascinante quanto complesso mondo dei servizi di hosting dei siti web. Ad oggi il suo sito, <strong>nonostante il dominio sia ancora attivo e registrato a suo nome, non contiene più alcun post ne alcuna traccia che prima era stato uno dei blog più visitati della blogosfera!</strong><br />
Scandagliando la rete, però, sono riuscito a trovare il riferimento alla sua tesi &#8220;<strong>Weblog: prove di intelligenza collettiva?</strong>&#8221; sul sito di <a href="http://www.sergiomaistrello.it">Sergio Maistrello</a> che nel Dicembre del 2004, nel suo blog di presentazione del libro &#8220;<em>Come si fa un blog</em>&#8221; <a href="http://www.sergiomaistrello.it/comesifaunblog/2004/12/14/la-tesi-di-onino-online/">scriveva</a>:</p>
<blockquote><p> Da oggi è online, disponibile a tutti in formato Pdf e sotto licenza Creative Commons, la <a href="http://www.onino.it/Siri%20Cristiano%20-%20Weblog,%20prove%20di%20intelligenza%20collettiva.pdf">tesi di laurea</a> di Cristiano Siri, alias <a href="http://www.onino.it/">OninO</a>. La tesi è stata discussa a marzo 2004 alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Genova e si intitola Weblog: prove di intelligenza collettiva?. Il lavoro è molto interessante e approfondito, uno dei primi studi teorici sui blog affrontati dai laureandi italiani. La scelta di condividerla liberamente in Rete fa onore all’autore.
</p></blockquote>
<p>Ora, <strong>la pagina da cui ho tratto questa piccola recensione, nonostante sia perfettamente indicizzata da Google, per qualche ragione si presenta vuota al browser</strong> e nel suo codice html si trovano solo i tag BODY e HTML aperti e chiusi e null&#8217;altro (probabilmente è il <strong>retaggio di un vecchio blog</strong> dell&#8217;autore dedicato al suo libro, mai pulito completamente dal sito, e <strong>rimasta come traccia su Google</strong>). Sono comunque riuscito a <strong>reperire queste informazioni grazie alla cache di Google</strong>! Infine, la cosa interessante,  è che <strong>nonostante il sito di Onino, anche se funzionante, non presenta alcuna pagina di presentazione, il file PDF è ancora nascostamente raggiungibile!</strong></p>
<p>Insomma questo esempio mi è servito per <strong>dimostrare quanto sia flebile ed effimera l&#8217;informazione che ogni blogger riversa ogni giorno nella blogosfera</strong>. Per trovare traccia di quella tesi <strong>sono dovuto passare prima per un blog defunto di cui ne era rimasta traccia solo nella Cache di Google</strong> (credo che temporalmente avrà ancora vita breve) e <strong>quindi ho scaricato il PDF da uno spazio web associato ad un dominio che non aveva alcuna homepage e nessun ricordo del blog che fu!</strong></p>
<p>Come vedete, se ora <strong>il vecchio blog di Sergio Maistrello altro non è che un link orfano non più attivo su Google visibile solo attraverso</strong> l&#8217;immagine sbiadita <strong>della &#8220;Copia cache&#8221; di Google, in futuro Google potrebbe decidere di rimuoverlo definitivamente dai suoi database</strong>. Allora non ne <strong>rimarrà altro che il link su questo mio sito, che comunque non riuscirà mai ad esprimere la potenza espressiva</strong> che, magari, quell&#8217;articolo <strong>aveva la forza di infondere nei lettori</strong>.<br />
A questo punto l&#8217;unica memoria vera memoria di internet, per quanto <strong>effimero e parziale</strong> possa essere questo servizio, è nei siti di Internet Archive come <a href="http://www.archive.org/web/web.php"><strong>Wayback Machine</strong></a> in grado di fare uno <strong>screenshot di qualsiasi sito e preservarne così almeno una piccola memoria della sua presenza su internet</strong>. Per quanto riguarda il blog di Onino ho trovato solo l&#8217;arco temporale di esistenza che andava dal 2004 al 2006 e qualche <a href="http://web.archive.org/web/*/http://www.onino.it">salvataggio parziale della sua homepage</a>. <strong>Ma tutto il suo contenuto, forse la parte più preziosa di un blog, è andato comunque perso</strong>!</p>
<h5>Proposte di soluzioni al problema dell&#8217;oblio</h5>
<p><strong>Umberto Eco</strong>, un giorno, disse che “<strong>Internet è come un immenso magazzino di informazioni</strong>&#8220;. Il problema è che, però, <strong>questo magazzino dovrebbe avere una sorta di backup di se stesso</strong>. Sarebbe bello vedere, un giorno, un <strong>servizio che metta a disposizione dei blogger &#8220;stanchi&#8221; un sorta di repository del proprio blog, una sorta di backup sempre online del proprio sito web</strong>. Certo, nulla vieta che anche questo servizio di Full Internet Archive possa chiudere, ma <strong>essendo un servizio centralizzato forse potrebbe essere più facilmente recuperato, piuttosto che andare a recuperare milioni di piccoli siti web chiusi</strong>. E&#8217; anche vero, inoltre, che <strong>tutti i link che puntavano al vecchio sito web non sarebbero comunque validi vanificando il concetto intrinseco in una blogosfera attiva</strong>.</p>
<p>Una possibile soluzione (se il dominio del blog non fosse stato riutilizzato) sarebbe quello di <strong>giocare sui DNS per reindirizzare i vari permalink verso il sito di repository</strong>. Immagino comunque che il carico di lavoro per l&#8217;intera infrastruttura di internet sarebbe enorme, ma forse in un futuro non troppo remoto questi problemi potrebbero essere risolti piuttosto agevolmente.<br />
Forse una <strong>alternativa più realistica sarebbe l&#8217;IPV6 e l&#8217;assegnazione per ogni individuo di un singolo indirizzo IP univoco</strong>. In tal modo, <strong>grazie al suo ampio spazio di indirizzamento, sarebbe impossibile perdere le informazioni che ogni singolo individuo potrebbe immettere nella rete</strong> (con buona pace della privacy). Quando qualcuno <strong>apre un blog userà il proprio indirizzo IP univoco</strong>. Quando poi lo dovrà chiudere, sarebbe possibile <strong>portare tutto il suo contenuto su una sorta di sito repository</strong> e <strong>tutti i link ai suoi articoli verrebbero univocamente reindirizzati qui</strong>, perché <strong>nessun altro abitante del pianeta potrebbe mai avere il suo stesso indirizzo IP</strong>.</p>
<p>Ad oggi le moderne tecnologie della comunicazione hanno l&#8217;intrinseca capacità di <strong>memorizzare nel tempo fatti e dati</strong> che, se da un lato rafforzano il concetto di trasparenza, dall’altra ingenerano il pericolo di una diminuzione del diritto all’oblio, diventando così inesorabilmente memoria dell’uomo. <strong>Molto spesso noi facciamo affidamento su quello che troviamo su internet, specie se parliamo di Wikipedia, senza poi verificare la validità delle informazioni e l&#8217;origine delle fonti</strong>. E se è vero che pubblicazioni volutamente sbagliate su WIkipedia sono state tutte corrette in pochissimo tempo, a dimostrazione della <strong>validità dei processi di intelligenza collettiva che la animano</strong>, è anche vero che <strong>molte volte alcuni giornalisti poco accurati nel verificare le notizie hanno pubblicato notizie errate</strong>.</p>
<p>E&#8217; per questo che, <strong>una repository dei siti web, dovrebbe essere statica, non modificabile, congelando il contenuto del sito a quando è stato scritto</strong>, magari con il sapiente uso degli <strong>algoritmi di hash MD5 e SHA1</strong>, un po&#8217; come fa <a href="http://www.hashbot.com/">Hashbot.com</a> del grande <a href="http://www.gianniamato.it/">Gianni Amato</a>.</p>
<h5>Il 95% dei blog sono stati abbandonati</h5>
<p>Questo articolo era già nella mia testa da parecchio tempo ma ho voluto scriverlo solo dopo aver letto l&#8217;allarmante <a href="http://www.zeusnews.com/index.php3?ar=stampa&#038;cod=10528">articolo di Zeus News</a> che asseriva che <strong>il 95% dei blog giace abbandonato</strong>. Infatti, come testimoniano i <strong>dati di Technorati relativi al 2008</strong>, dei <strong>133 milioni di blog</strong> tenuti sott&#8217;occhio dal motore di ricerca della blogosfera <strong>solo 7,4 milioni sono stati aggiornati negli ultimi 120 giorni</strong>. Anche se comunque è presto da dire (io credo che un tempo di attesa di almeno un anno sia più corretto), se in 4 mesi i loro autori non hanno avuto uno straccio di idea o un momento per scrivere qualcosa nel proprio spazio, <strong>quei blog sono virtualmente morti</strong>, ridotti a testimonianze del tempo che fu e dei sogni di gloria infranti. Sempre secondo Technorati, sembra però che <strong>del restante 5% di blog ancora ancora attivi, si ritiene che la maggior parte delle pageview sia generata da un numero ancora inferiore di blog, stimabile tra i 50.000 e i 100.000</strong>.</p>
<p><strong>La causa di questa moria di blog? MySpace, Twitter e Facebook! </strong>Questi tre siti, infatti,  oltre a rappresentare la <strong>nuova moda</strong>, hanno rapidamente <strong>imposto un modo di comunicare più rapido, immediato, a livello di Sms</strong>: nessuno &#8211; o quasi &#8211; ha più tempo e voglia di leggere lunghi post.</p>
<p>Insomma, sempre secondo Zeus News, <strong>caduta l&#8217;illusione di una facile notorietà e l&#8217;effimera attrattiva dei diari online</strong>, restano in attività quei pochi che hanno qualcosa di interessante da dire, che si sono conquistati un pubblico di affezionati grazie alla qualità dei propri interventi e <strong>hanno fatto del proprio blog non una vetrina personale ma uno spazio di riflessione e confronto</strong>.</p>
<h5>Le mie statistiche sui blog non aggiornati</h5>
<p>Dopo aver letto queste considerazioni sulla sorte del 95% dei blog, ho cominciato a scandagliare il mio feed reader alla ricerca di blog fermi da molto tempo. Io uso <strong>NetNewsWire per Mac OS X</strong> e questo programma ha un&#8217;ottima funzionalità &#8220;<strong>Dinosaurs</strong>&#8221; per <strong>cercare tutti i feed non aggiornati da un certo numero di giorni</strong> (menu <em>Window -> Dinosaurs</em>) in modo da poterli rimuovere. Ebbene ne<strong>gli ultimi 120 giorni, su un totale di circa 300 feed rss, avevo 50 feed che non venivano aggiornati</strong>, ovvero quasi il 17% del totale, con un range che andava dal <strong>Maggio 2007 fino ad arrivare a Febbraio 2009</strong>. Abbassando la soglia a <strong>30 giorni, i feed non aggiornati sono saliti a 90</strong>, con una percentuale del 30%.</p>
<p>Devo dire che, di solito, <strong>non sono solito rimuovere i feed rss dei siti a meno che abbia perso interesse verso il blog o a meno che, a livello di dominio, blog non esista più</strong>. Talvolta anche quando il blogger ha avuto la gentilezza di comunicarci in anticipo della volontà di non continuare con il suo lavoro (come è il caso di <a href="http://gpessia.wordpress.com/2008/10/24/chiudo/">gpessia</a>) preferisco lasciare il suo feed rss nella speranza che prima o poi possa ritornare a scrivere in modo da essere tempestivamente avvisato (come è il caso di <a href="http://www.uncino.net/">uncino</a>, uno dei primi blog che ho conosciuto, che è sempre un piacere leggere).</p>
<h5>Epilogo</h5>
<p>Dopo aver scritto <strong>cosa ne pensavo sui blog e sulla loro caducità</strong>, e aver calcolato quale è la moria dei blogger nel mio feed reader personale, ora, nel pieno spirito di condivisione di idee che animano tutti i blog, passo a voi la parola. <strong>Cosa ne pensate?</strong>
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		<title>Negli USA, The Printed Blog, un quotidiano gratuito farà da aggregatore dei migliori contenuti pubblicati dai blog. Come è la situazione in Italia?</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Mar 2009 13:10:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Troise</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi mesi stiamo assistendo, più o meno consapevolmente, ad un <strong>piccola rivoluzione</strong> o, forse più propriamente, ad un piccolo esperimento che consiste nel <strong>passaggio di testimone della carta stampata al web</strong>: infatti, contro ogni previsione, la <strong>carta stampata sta iniziando ad attingere, sempre più frequentemente, al web per avere contenuti di maggiore interesse e che si adattino facilmente ad un più largo pubblico</strong>, creando inaspettatamente <strong>sinergie</strong> proprio laddove un tempo sembravano esserci solo contrasti e diffidenze. Insomma, non mancherà molto che potremmo vedere il Web 2.0 passare dalla Rete alla carta stampata, nel nome del <a href="http://www.levysoft.it/archivio/2007/08/01/domanda-ai-blogger-sul-blog-power-siete-consapevoli-dellenorme-potere-che-detenete/">Blog Power</a>!</p>
<h5>The Printed Blog</h5>
<p>E&#8217; così recente la <a href="http://www.zeusnews.com/index.php3?ar=stampa&#038;cod=9219">notizia</a> che negli Stati Uniti è stata lanciata una coraggiosa (soprattutto perché lanciata in piena crisi economica) iniziativa editoriale: <a href="http://www.theprintedblog.com/"><strong>The Printed Blog</strong></a>, un <strong>giornale gratuito stampato su carta</strong> (<strong>sei pagine a colori</strong> confezionate da una redazione ridotta all&#8217;osso), <strong>distribuito nelle principali città americane</strong> (Chicago, San Francisco, New York), che <strong>aggregherà i migliori contenuti locali pubblicati online su blog e social network</strong>, secondo il modello del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Crowdsourcing"><strong>crowdsourcing</strong></a>.</p>
<div align='center'><img style='float:none; clear:both;' src='http://www.levysoft.it/images/p2014_print_blog_2.jpg' alt='The Printed Blog' /></div>
<p>Ad essere convinto della buona riuscita del suo giornale è l&#8217;investitore <a href="http://www.linkedin.com/pub/0/19b/7b0">Joshua Karp</a>, che ha addirittura inizialmente previsto una uscita bi-quotidiana del giornale (in realtà dal 27 Gennaio 2009, data in cui è uscito il primo numero, sono reperibili solo 6 numeri, per cui <strong>al momento l&#8217;uscita sembra attestarsi su base settimanale</strong>) che aggregherà, quasi in tempo reale, i contenuti pubblicati in rete su blog personali e social network, nella speranza che questo innovativo giornale possa attirare gli investimenti di inserzioni pubblicitarie rilevanti e fortemente localizzate sul territorio. Ma non verranno pubblicati solamente <strong>articoli</strong> (<a href="http://www.theprintedblog.com/submit.php">qui</a> per segnalare i contenuti interessanti, mentre è stato aperto anche un <a href="http://twitter.com/theprintedblog">canale su Twitter</a>) ma anche <strong>recensioni su dischi, film, fotografie</strong>, risorse interessanti trovate online, <strong>locali commerciali, segnalazioni di eventi</strong> e quant&#8217;altro possa essere ritenuto interessante.</p>
<p>Secondo Joshua Karp, infatti, il <strong>quotidiano cartaceo resterà ancora a lungo la principale fonte di informazione</strong>, soprattutto più nelle grandi città e metropoli dove, per forza di cose, le persone trascorrono una parte importante del loro tempo sui mezzi di trasporto. E quale migliore miniera di materiale fresco trovare se non quella di <strong>attingere direttamente dalla blogosfera e da internet</strong>! Ovviamente, gli <strong>autori che vedranno i propri contenuti pubblicati saranno retribuiti</strong> (per ora non è specificato quanto sarà l&#8217;ammontare), ma avranno anche l&#8217;indubbio <strong>vantaggio di poter esporre i propri contenuti ad un pubblico al di fuori della rete</strong>, <a href="http://tuttovolume.blogspot.com/2009/02/printed-blog-interessante-esperimento.html">portando</a>, di fatto, <strong>la voce dei blog nel mondo offline</strong>!</p>
<div align='center'><img style='float:none; clear:both;' src='http://www.levysoft.it/images/p2014_print_blog_1.jpg' alt='The Printed Blog' /></div>
<p>Al momento sono circa <a href="http://www.nytimes.com/2009/01/22/technology/start-ups/22blogpaper.html?_r=3&#038;scp=1&#038;sq=&#038;st=nyt"><strong>300 i blog</strong></a> che hanno già dato il permesso di pubblicare il loro articoli (interessante la voce in copertina che dichiara &#8220;<em>Printed with explicit permission from each content provider</em>&#8220;) e se volete visionare il <strong>prodotto, a mio dire, inaspettatamente valido</strong>, è possibile <a href="http://theprintedblog.com/pdf/"><strong>scaricare una versione PDF del giornale</strong></a> da leggere sul computer.</p>
<h5>L&#8217;editoria sperimentale in Italia</h5>
<p>In Italia un <a href="http://blog.yks.tv/?p=1286">progetto</a> simile, in pieno clima di editoria innovativa, è stato sviluppato dalla <em><a href="http://www.acaciaedizioni.com/">Acacia Edizioni</a></em> che ha l&#8217;intenzione di portare nelle edicole italiane un giornale dal titolo “<strong>Social Network Magazine</strong>&#8220;, in cui gli articoli riguardanti questo nuovo giornale parlano di “<strong>uno scorrere continuo di informazioni e di commenti</strong>”. Al centro di tutto c’è una tecnologia poco chiara dal nome “<em>WebCode</em>”, un’esclusiva di Dooit, che permette di integrare in maniera univoca e bidirezionale l’informazione stampata con le informazioni in Rete. SN Magazine ha in <a href="http://www.affaritaliani.it/mediatech/editoria-social-network210109.html">pratica</a> la più grande redazione del mondo: <strong>ogni lettore può proporre un tema e creare il suo team di collaboratori</strong>. Sarà poi la sua reputazione on line e il giudizio degli altri lettori della Rete a decretare la sua presenza nell&#8217;edizione cartacea.<br />
In questo modo <strong>per la prima volta un prodotto editoriale stampato potrà sfruttare tutta la potenza della Rete ed essere sempre e continuamente aggiornato</strong>.</p>
<p>Purtroppo, queste sono le uniche notizie, in parte lacunose, su questo progetto editoriale italiano, di cui, però, non sono riuscito a trovare neanche il sito web ufficiale. Da un lato c&#8217;è da dire che l&#8217;idea, proprio come The Printed Blog, è interessante e coraggiosa, dall&#8217;altra parte, è facile capire che <strong>gli investitori hanno finalmente capito che possono investire in altri modi sul web</strong>, e aprire questo <strong>vaso di Pandora</strong>, potrà portare benefici o guai, <strong>tutto sta a come si saprà sfruttare l&#8217;idea e come i lettori giudicheranno il prodotto</strong>. </p>
<p>Se pensate, però, che sarebbe bello avere anche in Italia un progetto ambizioso come quello di The Printed Blog, allora dovete sapere che<br />
<href="http://www.levysoft.it/archivio/2009/02/24/wired-italia-vs-blogmagazine-due-riviste-a-confronto-su-copertine-grafica-contenuti-e-quantita-di-pubblicita-presente/">l&#8217;esperimento</a> di <a href="http://www.blogmagazine.net/"><strong>BlogMagazine</strong></a> si avvicina molto, e forse si è anche ispirato, a questo modello americano. Purtroppo ancora non ne esiste una versione stampabile e non esiste alcuna distribuzione, probabilmente perché il progetto è ancora in fase di sviluppo e, forse, anche perché in Italia in pochi credono in queste realtà. Certo è che, comunque, anche il <a href="http://magazine.liquida.it/">magazine online</a> proposto dalla directory di blog <a href="http://www.liquida.it/"><strong>Liquida</strong></a>, che ogni giorno cataloga centinaia di post da più di 10.000 blog, potrebbe essere di ispirazione per un progetto di un quotidiano cartaceo sulla blogosfera italiana.
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		<title>Wired Italia Vs BlogMagazine: due riviste a confronto su copertine, grafica, contenuti e quantità di pubblicità presente</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Feb 2009 13:06:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Troise</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi vi propongo una curiosa comparazione tra due riviste che sono uscite col loro primo numero quasi contemporaneamente: Wired Italia (19 Febbraio 2009) e BlogMagazine (23 Febbraio 2009). La prima, altro non è che la versione italiana della oramai famosa e blasonata Wired americana, la più nota rivista di tecnologia al mondo. La seconda, è, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi vi propongo una curiosa comparazione tra due riviste che sono uscite col loro primo numero quasi contemporaneamente: <a href="http://www.wired.it">Wired Italia</a> (19 Febbraio 2009) e <a href="http://www.blogmagazine.net/">BlogMagazine</a> (23 Febbraio 2009). La prima, altro non è che la versione italiana della oramai famosa e blasonata <a href="http://www.wired.com/">Wired americana</a>, la più nota rivista di tecnologia al mondo. La seconda, è, invece, stata <a href="http://www.juliusdesign.net/nasce-blogmagazine-il-magazine-scritto-da-blogger/">partorita dalla fervida e ambiziosa mente di Giuliano Ambrosio</a> autore di Julius Design. Se Wired Italia ha il gravoso compito di <strong>portare una voce nuova nel panorama IT italiano</strong> fornendo nuove chiavi di lettura nel mondo dell&#8217;innovazione e proponendo contenuti che ricalcano l&#8217;impostazione di quelli della testata madre americana, adattati comunque alla realtà italiana, BlogMagazine ha, invece, l&#8217;onorevole compito di <strong>dare voce a tutti gli autori della blogosfera italiana, famosi e non</strong>, senza distinzione di sorta se non per la qualità dei contenuti che offrono, candidandosi di fatto a di<strong>venire una rivista fatta dai blogger per i blogger</strong>!</p>
<h5>Presentazione e versioni delle due riviste</h5>
<p>Se la rivista di Wired Italia è stata <a href="http://punto-informatico.it/2477439/PI/Commenti/contrappunti-wired-italia-puo-farcela.aspx">presentata a Milano</a> insieme ad altri blogger per sentire il loro punto di vista, anche BlogMagazine ha avuto il suo momento di celebrità con la <a href="http://www.blogmagazine.net/anteprima-alla-fnac-di-torino/">presentazione alla FNAC di Torino</a>.</p>
<p>Ma, mentre <strong>Wired Italia, è una rivista principalmente cartacea</strong> che, però, trova una suo corrispettivo virtuale sul suo sito ufficiale, <strong>BlogMagazine</strong>, essendo un esperimento di editoria virtuale, che <strong>nasce sul web e vive sul web, è principalmente una rivista elettronica</strong> fruibile in modalità sfogliabile (2 pagine per volta) in Flash e scaricabile in formato PDF per chi volesse consultarla offline o, magari, per i più arditi, stamparla.</p>
<h5>Confronto tra le due copertine</h5>
<p>Curioso come <strong>entrambe le riviste, per la loro copertina, abbiano optato, oltre ad una scelta di colori molto simile</strong>, principalmente in bianco e nero con qualche tocco e sfumatura di blu, <strong>anche due personaggi di spicco in base al target e agli obiettivi che si prefiggevano</strong>. <strong>Wired Italia ha scelto Rita Levi Montalcini</strong>: molti hanno criticato questa scelta, ma io credo che abbiano voluto mettere qualcuno che, a furor di popolo, fosse riconosciuta come una <strong>mente eccelsa ma con grande classe e stile</strong>, proprio <strong>quello che si prefigge la rivista che spera di ricalcare il successo editoriale della testata madre americana</strong>.</p>
<div align='center'><img style='float:none; clear:both;' src='http://www.levysoft.it/images/p2009_wired.gif' alt='Wired Italia' /></div>
<p>BlogMagazine, invece, ha scelto <strong>qualcuno  che fosse noto a tutto il popolo della rete</strong> (giovanile e non), e quale <strong>personaggio geniale, forse un po&#8217; geek nel suo ambito</strong>, ma che avesse <strong>carisma da vendere</strong> si poteva scegliere se non il <strong>Dottor House</strong>?</p>
<div align='center'><img style='float:none; clear:both;' src='http://www.levysoft.it/images/p2009_blogmagazine.jpg' alt='BlogMagazine' /></div>
<p>In entrambi i casi, però, <strong>la scelta è ricaduta su due geni, diversi tra loro ma complementari, proprio come lo sono le due riviste!</strong></p>
<h5>Il peso della pubblicità in rapporto al numero delle pagine</h5>
<p><strong>Wired Italia costa 4€ mentre BlogMagazine è del tutto gratuita</strong>. Ma la cosa più importante, è che la rivista di <strong>Wired Italia conta ben 240 pagine di cui ben 80 pagine di pura e fastidiosa pubblicità</strong> (le ho contate tutte, pagina più pagina meno, esclusa la pubblicità del copertine), che si infila tra gli articoli <strong>interrompendone la continuità visiva</strong> e facendo assomigliare la rivista ad una di quelle pubblicazioni da 4 soldi di cui spesso le edicole sono piene. Talvolta ho anche la <strong>sensazione che molti articoli altro non siano che pubblicità camuffate</strong>, come quella della <em>CANON HF11 a pagina 217</em> o quello dell&#8217;<em>Aspirina C a pagina 236</em>. Gli articoli sono mediamente interessanti, nulla di eccezionale, ma, come al solito (ed è per questo che ho smesso da ann<strong>i di comprare le riviste in edicola) trovo molto più interessanti e stimolanti le discussioni o gli articoli della blogosfera italiana e internazionale</strong>, che, oltre ad essere più aggiornata (come è ovvio che sia) sa anche essere, spesso, molto più profonda.</p>
<p>Di contro <strong>BlogMagazine, oltre ad essere del tutto gratuita, conta appena 44 pagine ma con solo 4 pagine di pubblicità</strong> (e sono tutti siti di servizi web gratuiti e quindi comunque utili segnalazioni)  tutte con un loro spazio a pagina intera ma <strong>che non interrompono alcun articolo</strong>. Gli articoli sono, anche qui, mediamente interessanti. Nulla di troppo eccezionale, almeno secondo il mio punto di vista che è abituato a leggere e approfondire di tutto sul web, ma ho trovato degno di nota il fatto che <strong>sono tutti originali</strong> (e quindi richiedono uno sforzo ulteriore per i blogger che li scrivono),<strong>rilasciati con licenza Creative Commons</strong> e <strong>spaziano tra diverse rubriche</strong> come <strong>Tecnologia, Hi-Tec, SEO, Web, OS, Design, Cinema, Mobile, Console e, perché no, Gossip</strong>. <strong>Insomma un po&#8217; quello che si ritrova quotidianamente se si gira nella blogosfera italiana!</strong></p>
<h5>Confronto tra la grafica delle due riviste</h5>
<p>Per quando riguarda la grafica, nonostante <strong>BlogMagazine abbia un project design ancora in beta</strong> (l&#8217;impaginazione è stata fatta con Adobe inDesign), l&#8217;ho comunque trovata accattivante e interessante. La stessa cosa devo dire per la rivista cartacea <strong>Wired, ma credo che a rovinare la resa grafica sia la onniprensente pubblicità che rende lo stampo editoriale un pochino confuso</strong>. Spesso mi è capitato di domandarmi se la pagina seguente era il proseguimento dell&#8217;articolo o una pagina pubblicitaria, tanto erano simili nell&#8217;impaginazione, nei font, nei colori e nella grafica generale: so che tutto ciò è stato fatto apposta (un po&#8217; come si usa con gli Adsense di Google) ma devo dire che <strong>alla lunga risulta fastidioso</strong>.</p>
<h5>Conclusioni</h5>
<p>Di queste comparazioni, sono rimasto davvero impressionato dai numeri sulla pubblicità: <strong>su Wired Italia, il 33% esatto delle pagine è costituito da pubblicità (80 su 240), mentre su BlogMagazine, solo il 9% delle pagine (4 su 44) è dedicato alle sponsorizzazione</strong> (francamente non so neanche se è pagante). E&#8217; vero che Wired Italia deve assorbire tutti i <strong>numerosi costi della distribuzione capillare in Italia</strong> (il primo numero ha avuto una tiratura speciale di 250mila copie), pagare fior fiore di giornalisti e curare al dettaglio la grafica della rivista, è vero che il costo di 4€ non è tra i più alti, è anche vero che facendo un <a href="https://www.abbonamenti.it/abbonamenti/vinc/condenast_abbonamento.asp">abbonamento biennale</a> si risparmia oltre l&#8217;80% (24 numeri a 19€), ma <strong>è anche vero che ho fatto molta fatica a leggere l&#8217;ingombrante rivista</strong>.</p>
<p>In definitiva, <strong>sicuramente BlogMagazine continuerò a seguirlo</strong>: è gratuito, facilmente reperibile su internet (e magari consultabile anche dal mio iPod Touch) e spero che migliori sempre di più. Altrettanto non posso dire di <strong>Wired Italia: forse gli darò una seconda opportunità col secondo numero</strong>, anche se devo ammettere che <strong>trovo più facile leggere una pubblicazione in PDF, anche voluminosa, piuttosto che una cartacea</strong> (se si esclude il gusto di leggere un bel libro).</p>
<h5>Cosa ne pensano i blogger di Wired Italia</h5>
<p>Questo era il mio punto di vista. Ma ecco cosa ne pensano alcuni blogger italiani della rivista Wired Italia (BlogMagazine è stata annunciata al grande pubblico ieri 23 Febbraio e quindi non ho trovato molte testimonianze in rete).</p>
<p><a href="http://www.andreabeggi.net/2009/02/23/non-e-che-abbia-tutta-questa-importanza-eh/">Andrea Beggi</a></p>
<blockquote><p>[...] anche se non dice nulla di nuovo per coloro che bazzicano da queste parti da un po’.<br />
Ma più di tutto mi ha fatto riflettere il fatto che sia il primo giornale di carta che compro da, boh, saranno 2 anni. Leggere riviste su carta è scomodo, sono troppo grosse per il letto e ormai il tempo in bagno lo uso per tenermi in pari con i feed. E poi mancano i link da cliccare.
</p></blockquote>
<p> <a href="http://www.mazzei.milano.it/2009/02/23/wired-italia-di-nome-ma-non-di-fatto/">Marco Mazzei</a>:</p>
<blockquote><p>Ma a parte questo, e a parte un certo fastidio per il richiamo a quel giornale più che mitico, Wired Italia non mi convince soprattutto perché dopo averlo sfogliato e letto mi si è materializzato un enorme punto di domanda sulla testa: e quindi? Che cosa mi vuoi dire?<br />
Ma su tutto: questa sensazione di eccesso. Troppe cose, troppo confuse, molto rumore e pochissimo segnale. Aspetto con simpatia il prossimo numero.
</p></blockquote>
<p><a href="http://www.dariosalvelli.com/2009/02/troppo-fumo-niente-wired">Dario Salvelli</a></p>
<blockquote><p>Mi aspetto poi tanto e di più dal sito web che in fin dei conti esteticamente non è malaccio ma deve proporre contenuti originali e validi [...] Inoltre, negli articoli del sito non ci sono link verso l&#8217;esterno: Wired non può fare come Il Corriere e La Repubblica.
</p></blockquote>
<p><a href="http://www.fantascienza.com/blog/vikkor/2009/02/21/wired-italia/">Vikkor</a></p>
<blockquote><p>240 coloratissime patinatissime pagine imbottite di pubblicità; euro 4</p></blockquote>
<p>Napolux (da un <a href="http://www.ikaro.net/articoli/cnt/wired_italia_montalcini-00768.html">commento</a>):</p>
<blockquote><p>Comunque a me Wired Italia puzza di buco nell&#8217;acqua, e non da oggi. Come fai a lanciare una rivista tecnologica nel 2009 ancora su carta?
</p></blockquote>
<p><strong>UPDATE:</strong> Ho letto una <a href="http://www.fantascienza.com/blog/esseasterisco/2009/07/15/se-questa-e-wired/">critica a Wired</a> di un blogger di Fantascienza.com&#8230; gli ultimi numeri della rivista non li ho più comprati e comunque vedo che per molti è ancora una grande occasione fallita. Un altro punto di vista.
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		<title>Cronaca di una morte annunciata&#8230; dal declino di Microsoft all&#8217;ascesa di Apple: il mio punto di vista</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2009 13:24:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Troise</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi ho letto una intervista al programmatore e saggista Paul Graham che, ha messo in luce alcuni argomenti interessanti sul rapporto con Microsoft. C&#8217;è da dire che queste valutazioni sono sicuramente di parte, dato che Paul è un utilizzatore dei prodotti della Mela da diversi anni, ma non per questo alcune sue speculazioni, non mi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi ho letto una <a href="http://www.macitynet.it/macity/aA36259/microsoft_sta_male_no_e_morta_gia_da_tre_anni.shtml">intervista</a> al programmatore e saggista <strong>Paul Graham</strong> che, ha messo in luce alcuni argomenti interessanti sul rapporto con Microsoft. C&#8217;è da dire che queste valutazioni sono sicuramente di parte, dato che Paul è un utilizzatore dei prodotti della Mela da diversi anni, ma non per questo alcune sue speculazioni, non mi hanno fatto riflettere.</p>
<p>Il primo punto interessante è stata l&#8217;affermazione, per molti scontata, che:</p>
<blockquote><p>
<strong>Microsoft</strong> abbia perso rilevanza nel corso degli anni. Perché <strong>ha perso smalto e appeal, oltre che mercato</strong>. Una volta, dice Graham, era il Mac il computer da regalare ai nonni, perché le piattaforme &#8220;toste&#8221; erano altre. <strong>Oggi</strong> è Windows, mentre ancora più di Linux <strong>è il Mac ad avere la piattaforma più &#8220;sexy&#8221; e intrigante per chi voglia usarla creativamente e al 100%</strong>, sia in ambito professionale che in ambito softwaristico.
</p></blockquote>
<p>In effetti, quando ero ancora studente, l<strong>&#8216;unico punto di riferimento per noi giovani programmatori ed elettronici era il mondo Microsoft</strong>, con il suo DOS e il suo Windows 3.11/Windows 95. Francamente avevo solo lontanamente sentito parlare di un altro mondo come quello Apple, ma nessuno dei miei amici, conoscenti o professore ne parlava mai.<br />
<strong>Oggi, sembra, invece, che la cosa si sia capovolta</strong>: tutti hanno un PC Windows, con i suoi pregi e difetti, mentre <strong>adesso il vero status symbol cui fregiarsi è possedere un Mac o un iPhone</strong>. Sia perché sono prodotti &#8220;più costosi&#8221; della norma dei PC o dei telefonini, sia perché in effetti sono oramai universalmente riconosciuti come prodotti differenti, stabili e più potenti, oltre che avere un design elegante e inconfondibile. </p>
<p>Il secondo punto è:</p>
<blockquote><p>
<strong>Microsoft è morta nel 2005</strong>, più o meno. L&#8217;anno dopo la quotazione di Google, avvenuta nell&#8217;agosto 2005, piuttosto invece quando l&#8217;azienda di Mountain View ha lanciato Gmail come servizio totale. <strong>A ucciderla è stato l&#8217;inizio del cloud computing</strong>, cioè dei servizi attraverso il web che hanno reso indifferente l&#8217;uso di questo piuttosto che di quell&#8217;altro tipo di computer, basta che abbia un browser compatibile. <strong>Il desktop di Microsoft è morto per colpa di Ajax, la tecnologia delle pagine web 2.0, che per ironia della sorte sono in parte state create proprio da Microsoft dato che la X di Ajax è il XMLHttpRequest</strong> che permette di far funzionare la pagina come una vera e propria applicazione dal punto di vista della comunicazione con il server e <strong>che venne creato da Microsoft per avere una versione web di Outlook che funzionasse come quella applicativa da installare</strong>.
</p></blockquote>
<p>Su questo punto penso si potrebbe discutere per ore: oramai <strong>molte applicazioni che prima erano solo desktop, si sono spostate sul web</strong>, con la nascita della famosa <strong>Era del Web 2.0</strong>. Si può fare tutto sul web, dalla piattaforma di Office (<a href="http://docs.google.com">Google Docs</a>) a Photoshop (<a href="https://www.photoshop.com/express/landing.html">Adobe Photoshop Express</a>) e <strong>decine di aziende hanno costruito e stanno costruendo la loro infrastruttura IT</strong> (comprensiva di server, programmi per la gestione, posta elettronica aziendale) in <strong>completo outsourcing facendo mashups di applicazioni e servizi offerti via Internet con la modalità d&#8217;uso Web 2.0 che prevede zero installazioni e zero server in azienda</strong>.<br />
Ovviamente il Web 2.0 si è potuto evolvere solo perché la banda larga ha iniziato a prendere piede in tutto il mondo e ne è stata quindi la sua naturale evoluzioni tecnologica.</p>
<p>L&#8217;ultimo punto, infine, tratta argomenti fin troppo opinabili:</p>
<blockquote><p>
&#8220;Sono felice che Microsoft sia morta&#8221;, continua Graham. &#8220;Era come Nerone o Commodo: un tiranno malvagio nel modo in cui lo possono essere solo quelli che ereditano il potere. Perché bisogna ricordarsi che il monopolio di Microsoft non è cominciato con Microsoft. L&#8217;ha ottenuto invece da Ibm. Il mondo del software per le aziende è stato un monopolio a partire dagli anni cinquanta fino al 2005. Praticamente per tutta la sua esistenza. <strong>Uno dei motivi per cui il web 2.0 ha così tanta euforia dietro a sé è che per la prima volta, consciamente o no, si capisce che potrebbe finalmente essere finita questa epoca del monopolio</strong>&#8220;.
</p></blockquote>
<h5>Riflessioni personali</h5>
<p>In definitiva, <strong>non credo che Microsoft sia morta, ma forse è rimasta per troppo tempo ferma, crogiolandosi sui successi del passato</strong>. Forse ha saputo investire male le sue ricerche, forse ha a capo una classe dirigenziale non all&#8217;altezza, forse credeva di possedere il monopolio ma poi lo ha perso per troppa sicumera. Resta il fatto che Microsoft sta assistendo ad una involuzione dell&#8217;utente medio che ora guarda altrove, alle alternative, tanto da <strong>lasciare il mondo di Windows e affini come l&#8217;ultima spiaggia</strong> sui cui approdare.</p>
<p>Io non ho nulla contro l&#8217;azienda di Bill Gates, <strong>per anni l&#8217;ho seguita e ammirata</strong> (ricordo quando lessi tutto di un fiato il <a href="http://www.ibs.it/code/9788804429203/gates-bill/strada-che-porta">libro</a> di Bill Gates &#8220;<em>La strada che porta a domani</em>&#8220;), <strong>ho programmato sulla sua piattaforma a partire dal atavico Visual Basic 4</strong>, ho <strong>usato con soddisfazione Windows 2000 e, un po&#8217; meno, Windows XP</strong>, ho installato a tutti i miei amici e colleghi tutte le patch per far funzionare a dovere il sistema operativo di casa Redmond (le portavo sempre con me sui floppy disk), <strong>ma ad un certo punto è stato naturale cambiare, guardare al di là, perché notavo una sorta di staticità nel mondo Microsoft</strong>. Qualche anno fa avevo intenzione di programmare per la piattaforma Windows Mobile, ma alla fine ho desistito in quanto non vi era una soluzione univoca. Windows .NET rendeva le mie applicazioni sempre più complesse e incompatibili con le vecchie versioni realizzate. Windows Vista imponeva limiti e restrizioni inutili e quanto mai pesanti.</p>
<p><strong>Passare ad Apple è stata una prova</strong>, e sono passato dal Macbook Pro all&#8217;iPod Touch: una scelta migliore dopo l&#8217;altra che mi lasciano quella <strong>sensazione di poter sempre contare su un futuro migliore</strong>. Ho <strong>iniziato a programmare per l&#8217;iPhone con l&#8217;SDK che mette a disposizione gratuitamente la Apple e tutto risulta chiaro e delineato</strong> (unico scoglio imparare bene Objective-C e Cocoa Touch), <strong>uso il mio portatile come mai ho usato tutti i portatili Asus, Acer, Compaq e Toshiba che ho avuto in precedenza</strong>. Molte applicazioni per il mondo Mac sono migliori di tante altre per Windows. <strong>Vi è una sorta di organicità e coerenza che rende usare i prodotti della mela un vero piacere</strong>. <strong>E la semplicità insita in ogni cosa, non è indice di superficialità o carenza</strong>.<br />
Proprio ieri ho installato una applicazione per iPhone/iPod Touch di nome <strong><a href="http://www.iphoneitalia.com/il-western-arriva-su-iphone-con-wanted-16994.html">Wanted</a></strong>, una applicazione presente in App Store (per ora gratuita) che consente di creare, con pochi semplici passaggi, dei veri e propri manifesti stile “Ricercato” (appunto Wanted) con le foto presenti su iPhone e con la possibilità di aggiungere oggetti come cappelli, baffi, pistole, trecce e stelle da sceriffo. In<em> tre minuti ho scaricato l&#8217;app, l&#8217;ho aperta, preso una foto, realizzato il mio fotomontaggio, salvata l&#8217;immagine, aperto un&#8217;altra applicazione gratuita HP Print, che ha rilevato la mia stampante di rete e ha stampato su carta 10&#215;15 il mio wanted personalizzato</em>. <strong>Una semplicità disarmante che mi ha colpito</strong>. <strong>Una semplicità che Apple è riuscita a trasferire anche sui prodotti di terze parti grazie ad un SDK davvero rivoluzionario</strong>. Dalla mia esperienza (ma potrei sbagliarmi) <strong>non esiste nessun altro prodotto che è in grado di dare una esperienza così concreta e user friendly come quello che possono offrire i prodotti di Cupertino</strong> (anche se a volte taluni prodotti dimostrano ancora di seguire qualche ferma ostinazione e i dettami di una semplice convinzione personale di chi li realizza, piuttosto che seguire le richieste degli utenti).</p>
<p><strong>Questa non voleva essere un elogio a Apple, ma una disamina neanche troppo approfondita</strong> (sarebbero troppi gli argomenti da trattare e troppo vasti i temi da affrontare), <strong>una serie di riflessioni a braccio, sul mondo Apple e Microsoft</strong>, partendo da degli spunti di riflessione sulle idee di Paul Graham. Spero di non avervi annoiato.
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		<title>Mentre l&#8217;enciclopedia Treccani diventa aperta e web 2.0, il dizionario italiano De Mauro ha rischiato di sparire. Spiegazione del perché Wikipedia e il Wikizionario non correranno mai il rischio di cessare di esistere!</title>
		<link>http://www.levysoft.it/archivio/2008/12/17/mentre-lenciclopedia-treccani-diventa-aperta-e-web-20-il-dizionario-italiano-de-mauro-ha-rischiato-di-sparire-spiegazione-del-perche-wikipedia-e-il-wikizionario-non-correranno-mai-il-rischio-di-c/</link>
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		<pubDate>Tue, 16 Dec 2008 22:52:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Troise</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ricordo la Treccani, come il nome di una delle più autorevoli enciclopedie che nella mia adolescenza erano anche sinonimo di un enorme quantità di tomi dal prezzo spropositato (complessivamente l&#8217;Enciclopedia consta di 62 volumi, per un totale di 56.000 pagine con circa 50 milioni di parole, anche se quest&#8217;anno ha lanciato una edizione speciale in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ricordo la <a href="http://www.treccani.it">Treccani</a>, come il nome di <strong>una delle più autorevoli enciclopedie</strong> che nella mia adolescenza erano anche sinonimo di un <strong>enorme quantità di tomi dal prezzo spropositato</strong> (complessivamente l&#8217;Enciclopedia <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Treccani">consta</a> di 62 volumi, per un totale di 56.000 pagine con circa 50 milioni di parole, anche se quest&#8217;anno ha lanciato una edizione speciale in soli <a href="http://www.3volumi.it/landing2.php?bannerid=4tGJt81dWlLT0uf3">3 volumi</a>) e stampata su <strong>carta speciale garantita 200 anni</strong>, che avrebbe dovuto contenere, nelle intenzioni forse troppo ambiziose dei suoi autori, <strong>tutto lo scibile dell&#8217;umanità</strong>. Non ho mai posseduto la Treccani e mai l&#8217;ho potuta consultare per le mie ricerche scolastiche, e sono quindi contento di constatare che finalmente potrò farlo ora che ha deciso di <strong>pubblicare gratuitamente sul web una porzione consistente dell&#8217;opera globale delle enciclopedie e dei dizionari Treccani</strong>. Se, infatti, in passato il sito dell&#8217;Enciclopedia Treccani era una semplice vetrina web, oggi tutti possono finalmente <strong>consultare liberamente oltre 160mila lemmi</strong>.</p>
<p>E&#8217; interessante <a href="http://www.theinquirer.it/2008/11/26/la-treccani-20.html">notare</a>, però, che il <strong>nuovo sito web 2.0 della <a href="http://www.treccani.it">Treccani</a></strong>, non mette solo online parte del suo vasto patrimonio enciclopedico, ma anche una serie di strumenti utili e interattivi, come <strong>widget, toolbar e feed rss</strong> per categoria, per farne un punto di riferimento del sapere in Rete, <strong>attorno al quale creare una sorta di social network della cultura</strong> italiana. E&#8217; infatti possibile, <strong>commentare le voci enciclopediche</strong>, <strong>segnalare contenuti</strong> per arricchire il patrimonio Treccani, <strong>inserire parole chiave (tag) utili a creare percorsi tematici e ricerche incrociate</strong>, e si potranno scaricare widget per <strong>consultare le risorse enciclopediche direttamente dal proprio sito</strong>.<br />
Infine, è possibile anche <strong>creare un proprio profilo personale</strong> per salvare percorsi di navigazione e link utili, scambiarsi messaggi, intervenire in dibattiti, ricevere aggiornamenti e porre quesiti alla redazione.</p>
<p>Come nelle enciclopedie cartacee non mancano i riferimenti da una voce all&#8217;altra, <a href="http://punto-informatico.it/2504345/PI/Interviste/web-riuscito-ha-cambiato-treccani.aspx">anche</a> <strong>nel portale Treccani l&#8217;ipertestualizzazione è pervasiva</strong>: <strong>ogni parola dei lemmi delle enciclopedie e del vocabolario è un rimando, ogni rimando è un approfondimento</strong>. Basta, infatti, come avviene avviene per il dizionario De Mauro, fare un <strong>doppio click su una qualsiasi parola del testo e si verrà subito rimandati alla relativa voce del <a href="http://www.treccani.it/Portale/ricerche/searchNew.html">Vocabolario online o della Enciclopedia online</a></strong>.</p>
<p>Pensate <a href="http://punto-informatico.it/2504345_2/PI/Interviste/web-riuscito-ha-cambiato-treccani.aspx">che</a>, la progettazione e l&#8217;avvio del portale hanno richiesto un <strong>investimento di meno di 500mila euro per due anni di lavoro</strong>, e il <strong>coinvolgimento di sei persone dello staff che lavorano quotidianamente sul portale</strong>. Niente male per un paese abituato a fare i conti con futuristici <a href="http://www.levysoft.it/archivio/2007/02/23/italiait-un-paese-di-qualita/">portali alla stregua di Italia.it</a>, costato ben 45 milioni di euro!</p>
<h5>Il fuggevole del Dizionario De Mauro</h5>
<p>E se una nuova enciclopedia, pronta a collaborare o a sfidare <a href="http://it.wikipedia.org/">Wikipedia</a>, è nata, ecco che per un attimo <strong>la Rete ha <a href="http://punto-informatico.it/2505845/PI/Brevi/de-mauro-dizionario-italiano-offline.aspx">tremato</a> alla notizia che la famosa versione online del <a href="http://www.demauroparavia.it/">Dizionario italiano De Mauro Paravia</a>, stava per sparire</strong> per fare posto, nell&#8217;homepage del sito, al <em>Dizionario dei sinonimi e contrari De Mauro Paravia</em>. Infatti, come sarà noto a tutti, <strong>il De Mauro è l&#8217;unico dizionario italiano completo di tutti i lemmi, tanto da essere un riferimento web per moltissimi utenti Internet, da anni linkato da blog e siti per la sua comodità di utilizzo</strong>. Certamente, esistono da tempo molte alternative, come il <a href="http://www.treccani.it/Portale/ricerche/searchNew.html">Vocabolario Treccani</a>, il <a href="http://www.garzantilinguistica.it/">dizionario Garzanti</a> (accessibile, però, dietro registrazione), il nuovo ed internazionale <a href="http://www.google.com/dictionary">Google Dictionary</a> (<a href="http://www.dariosalvelli.com/2008/12/google-dictionary-il-dizionario-di-google">tanto</a> da permettere di cercare il significato di una parola in circa 21 lingue, realizzando anche le corrispondenze tra una lingua e l&#8217;altra), e i collaborativi <a href="http://www.dizionario-italiano.it/">Dizionario Italiano</a> e, forse più famoso, <a href="http://it.wiktionary.org">Wikizionario</a>, ma <strong>tutti sono ancora troppo giovani per essere completi e diffusi sul web come il De Mauro</strong>. Infatti, sulla sua scia, <strong>sono nati moltissimi plugin per le toolbar, estensioni per firefox, e barre di ricerca che interrogavano direttamente questo database, e da anni veniva linkato da moltissimi siti web</strong>.</p>
<p>Fortunatamente, si è scoperto che, <strong>almeno per ora, il dizionario italiano aveva solo cambiato indirizzo web</strong>. Ora si trova su <strong><a href="http://old.demauroparavia.it">old.demauroparavia.it</a></strong> e grazie alla <a href="http://www.pseudotecnico.org/blog/2008/12/15/adios-de-mauro-paravia/">collaborazione</a> del webmaster, <strong>tutte le richieste provenienti search plugin di Firefox e che puntavano al vecchio <em>demauroparavia.it</em>, ora vengono automaticamente rigirate su <em>old.demauroparavia.it</em></strong>.</p>
<h5>I benefici dei siti Wiki che non potranno mai cessare di esistere</h5>
<p>Insomma, per ora il pericolo è stato scongiurato, ma sicuramente è stato utile a molti, me compreso, ad <strong>aprire gli occhi sulla caducità delle informazioni su internet</strong>. Se è vero che <strong>se una cosa c&#8217;è su internet è probabile che una sua traccia sarà disponibile per sempre, è anche vero che se sparisce un database enorme, come il De Mauro appunto, sarà ben difficile rimpiazzarlo in poco tempo con un altro di pari livello</strong>. E&#8217; per questo che progetti come il <a href="http://it.wiktionary.org">Wikizionario</a>, e in generale, <a href="http://it.wikipedia.org/">Wikipedia</a> sono le migliori soluzioni per tutti, in quanto, <strong>proprio per la loro natura collaborativa e free, possono crescere costantemente nel tempo, migliorandosi e perfezionandosi, e possono essere liberamente replicate su qualsiasi sito</strong> o supporto. Infatti, è <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Aiuto:Download_wikipedia">possibile</a> <strong>scaricare l&#8217;intero contenuto e struttura di Wikipedia</strong> (un enorme <strong>dump XML del database</strong>), da <a href="http://static.wikipedia.org/downloads/">http://static.wikipedia.org/downloads/</a> (<a href="http://static.wikipedia.org/downloads/2008-06/it/">qui</a> la versione italiana di 1.6 GB aggiornata al Giugno 2008), mentre è <a href="http://it.wiktionary.org/wiki/Wikizionario:Portale_Comunit%C3%A0">possibile</a> <strong>scaricare l&#8217;intero contenuto del Wikizionario</strong> da questa pagina: <a href="http://download.wikimedia.org/itwiktionary/">http://download.wikimedia.org/itwiktionary/</a>. Basterà quindi installare il software con licenza GNU GPL <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/MediaWiki">MediaWiki</a> su un qualsiasi sito web (ma anche localmente su un <a href="http://www.ghacks.net/2008/01/06/install-wikipedia-locally/">qualsiasi pc</a>) per <strong>replicare all&#8217;infinito l&#8217;informazione contenuta nella più grande enciclopedia della Rete!</strong>
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		<title>Gli influencer del Web: chi sono e come agiscono. Quando le aziende studiano come conquistare chi influenza le decisioni del popolo della rete</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Dec 2008 13:37:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Troise</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Forse non tutti sanno che sul Web il 90% dei contenuti online, articoli, commenti, video e fotografie di ogni social media, è creato da non più del 10% degli utenti internet. E sono proprio queste persone che hanno la capacità di riuscire ad influenzare le comunità online in modo da riuscire ad indirizzarle, più o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Forse non tutti sanno che <strong>sul Web il 90% dei contenuti online, articoli, commenti, video e fotografie di ogni social media, è creato da non più del 10% degli utenti internet</strong>. E sono proprio queste persone che hanno la <strong>capacità di riuscire ad influenzare le comunità online in modo da riuscire ad indirizzarle</strong>, più o meno coscientemente, verso una decisione o un acquisto e anche, perché no, l&#8217;elezione di un presidente  degli Stati Uniti (tanto che Obama ha raggiunto il record di un miliardo di dollari in rete, di cui 150 milioni di dollari con singole donazioni di 100 dollari dal suo sito).<br />
Come già ricordato in un mio articolo sul <a href="http://www.levysoft.it/archivio/2007/08/01/domanda-ai-blogger-sul-blog-power-siete-consapevoli-dellenorme-potere-che-detenete/">blog power</a>, <strong>le aziende che guardano al webmarketing stanno iniziando a riconoscere e ad interpretare questa realtà</strong>, tanto che sono continuamente alla ricerca degli <strong>influencer</strong>, che rappresentano, di fatto, la chiave di volta per <strong>dialogare con successo con la Rete</strong>. Infatti, gli influencer possono <strong>determinare il successo di un prodotto o di un servizio, ma anche il suo fallimento</strong>. E&#8217; per questo che le società devono considerarli un <strong>asset strategico</strong>, visto che possono essere i promotori naturali di una azienda o i critici più credibili.</p>
<h5>Lo studio della Rubicon Consulting</h5>
<p>Un <a href="http://rubiconconsulting.com/insight/winmarkets/michael_mace/2008/10/online-communities-and-their-i-1.html">recente studio</a> della americana <a href="http://rubiconconsulting.com/"><strong>Rubicon Consulting</strong></a> ha tracciato il profilo degli influencer, <a href="http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&#038;accessMode=FA&#038;id=1575894&#038;codiciTestate=45&#038;sez=notfoundG&#038;testo=influencer&#038;titolo=Conquistare%20gli%20influencer,%20gli%20utenti%20del%20web%20pi&ugrave;%20ascoltati"">tentando</a> di carpirne i segreti, la loro diffusione, gli spazi dove agiscono (le comunità online) e le modalità con cui comunicano e propagano i loro messaggi. Al termine della sua indagine, è così riuscita a identificare <strong>5 macro gruppi di comunità</strong>, in funzione delle caratteristiche degli utenti:</p>
<ol>
<li><strong>VICINANZA</strong>: <a href="http://www.meetup.com/">Meetup</a>, creazione di gruppi fisici</li>
<li><strong>ATTIVITA&#8217; IN COMUNE</strong>: <a href="http://it.wikipedia.org/">Wikipedia</a>, enciclopedia online</li>
<li><strong>CONDIVISIONE DEGLI STESSI INTERESSI</strong>: <a href="http://www.youtube.com/">Youtube</a>, video online per categorie</li>
<li><strong>COMPETENZA</strong>: social network professionali</li>
<li><strong>CONNESSIONI</strong>: <a href="http://www.facebook.com/">Facebook</a>, <a href="http://www.myspace.com/">MySpace</a>, <a href="http://secondlife.com/">SecondLife</a>, tutti social network costruiti su ogni tipo di connessione tra persone</li>
</ol>
<p>Un&#8217;altra rappresentazione, più <a href="http://flickr.com/photos/7855449@N02/2780460106/">visiva</a>, che mostra gli influencer nei social network è possibile trovarla <a href="http://veryofficialblog.com/2008/10/24/leverage-existing-social-networks-or-find-an-influencer-to-do-it-for-you/">qui</a>, dove, però, li si dividono in 4 macro aree: </p>
<div align='center'><img style='float:none; clear:both;' src="http://farm4.static.flickr.com/3087/2780460106_5c1588c1fd.jpg?v=0" alt="Influencer" /></div>
<h5>Analisi</h5>
<p><strong>Le comunità online originate dalle connessioni, come Facebook, sono, come è facile immaginare, le più frequentate </strong>(circa il 25% degli utenti internet) e le più importanti <strong>per i giovani sotto i 20 anni</strong>. Quindi, seguono, con il circa il 20% degli utenti internet, le comunità nate con attività in comune e condivisione di interessi.</p>
<p>I <strong>contenuti degli influencer </strong>sono in prevalenza:</p>
<ul>
<li>Video (94%)</li>
<li>Articolo sul blog personale (92%)</li>
<li>Recensione (89%)</li>
<li>Una domanda (87%)</li>
<li>Una risposta (83%)</li>
<li>Foto (77%)</li>
<li>Commento (76%)</li>
<li>Aggiornamento propria area in un social network (75%)</li>
</ul>
<h5>Chi è l&#8217;influencer</h5>
<p>Inoltre, se è vero che gli influencer possono determinare il successo di un prodotto o di un servizio, è anche vero che <strong>la loro influenza varia da settore a settore</strong>: mentre circa <strong>il 60% dei navigatori acquista un prodotto di elettronica di consumo seguendo i suggerimenti letti</strong>, solo il 18% sceglie un meccanico per la propria macchina. E&#8217; elevata comunque la percentuale di coloro che decidono in base alle informazioni in rete: <strong>il 52% la vacanza, il 48% il film da vedere, il 41% la nuova auto e il prossimo lavoro, il 38% il ristorante</strong>.</p>
<p>Ma come si distingue un influencer? Di solito, <strong>un influencer, pubblica un contenuto in Rete più di una volta al giorno, e metà di loro ha meno di 22 anni e solo l&#8217;8% ha più di 50 anni</strong>. Il 40% sono studenti, mentre <strong>il 60% sono in prevalenza uomini, ma anche le donne hanno la loro influenza</strong>, tanto che il 78% delle mamme blogger negli Stati Uniti, da un giudizio sui prodotti per bambini e il 96% di tutte le mamme online considera con attenzione i loro consigli.</p>
<h5>Epilogo</h5>
<p>Quel che è certo è che l&#8217;<strong>opinione degli influencer è (almeno in teoria) indipendente e non una merce in vendita</strong>, tanto che l&#8217;<strong>unica arma delle aziende è quella di informare correttamente gli influencer</strong>, ascoltarli e dotarli di strumenti comparativi del proprio prodotto o servizio.<br />
Quindi, in definitiva, <strong>l&#8217;investimento più importante è nella qualità della relazione con gli influencer</strong>!</p>
<h5>Altre riferimenti</h5>
<p>Per maggiori informazioni potete andare direttamente sulla pagina che dello studio della Rubin Consulting: <a href="http://rubiconconsulting.com/insight/winmarkets/michael_mace/2008/10/online-communities-and-their-i.html">Online Communities and Their Impact on Business</a> che è stato diviso in 3 sezioni:</p>
<ol>
<li><a href="http://rubiconconsulting.com/insight/winmarkets/michael_mace/2008/10/online-communities-and-their-i-1.html">Part One: How online community works</a></li>
<li><a href="http://rubiconconsulting.com/insight/winmarkets/michael_mace/2008/10/online-communities-and-their-i-2.html">Part Two: Leading Web Destinations and Community</a></li>
<li><a href="http://rubiconconsulting.com/insight/winmarkets/michael_mace/2008/10/online-communities-and-their-i-4.html">Part Three: Web Community and Social Life</a></li>
</ol>
<p>Oppure potete scaricare direttamente il <a href="http://rubiconconsulting.com/downloads/whitepapers/Rubicon-web-community.pdf">PDF del report completo</a>.</p>
<p>Sotto il tag <a href="http://www.levysoft.it/archivio/tag/blog-power/">blog-power</a>, infine, trovate alcuni miei articoli che parlano di marketing, web e blog.
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		</item>
		<item>
		<title>Google Flu Trends: come prevedere i picchi influenzali analizzando le ricerche su Google</title>
		<link>http://www.levysoft.it/archivio/2008/11/13/google-flu-trends/</link>
		<comments>http://www.levysoft.it/archivio/2008/11/13/google-flu-trends/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 13 Nov 2008 15:27:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Troise</dc:creator>
				<category><![CDATA[Google]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[Search Engine]]></category>
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		<category><![CDATA[influenza]]></category>
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		<category><![CDATA[virus]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; noto che Google è una delle poche società che, in maniera intelligente, riesce ad usare la sua tecnologia per usi non comuni laddove nessun&#8217;altra società del web avrebbe mai avuto il coraggio di investire. E&#8217; questo anche il caso dell&#8217;ultimo progetto Google Flu Trends, un sito web che ha l&#8217;ambizione di voler prevedere i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; noto che Google è una delle poche società che, in maniera intelligente, riesce ad <strong>usare la sua tecnologia per usi non comuni laddove nessun&#8217;altra società del web avrebbe mai avuto il coraggio di investire</strong>. E&#8217; questo anche il caso dell&#8217;ultimo progetto <a href="http://www.google.org/flutrends/">Google Flu Trends</a>, un sito web che ha l&#8217;ambizione di voler <strong>prevedere i picchi influenzali anche 10 giorni prima rispetto alle autorità sanitarie locali</strong> o internazionali. Al momento questo nuovo strumento di Google (nato dall&#8217;incrocio tra <a href="http://www.google.com/trends">Google Trends</a> e <a href="http://www.google.org">Google.org</a>, la sezione filantropica del  motore di ricerca) si focalizzerà <strong>solo negli Stati Uniti</strong>, ma non è escluso che presto coinvolgerà tutto il mondo.</p>
<p>Ma come riuscirà nel suo intento se per anni migliaia di ricercatori in tutto il pianeta cercano di prevedere le epidemie influenzali, riuscendo solo a farlo con pochissimi giorni di anticipo? Il <a href="http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=88215">metodo</a> è molto semplice e proprio nello &#8220;<strong>stile google</strong>&#8220;. Infatti, <a href="http://www.google.org/flutrends/">Google Flu Trends</a>, a detta gli autori, sarà in grado di anticipare l&#8217;arrivo delle epidemie stagionali <strong>grazie all&#8217;analisi delle ricerche su internet effettuate dai milioni di utenti della Rete!</strong> Calcolando quanto parole come &#8216;<em>sintomi influenzali</em>&#8216;, &#8216;<em>influenza</em>&#8216;, &#8216;<em>febbre</em>&#8216;, &#8216;<em>termometro</em>&#8216; o altri sinonimi vengono inserite come chiave di ricerca sul web, <a href="http://www.google.org/flutrends/">Google Flu Trends</a> potrà <strong>sfornare in netto anticipo dati importanti sui picchi influenzali e magari aiutare a contenerne l&#8217;entità</strong>.</p>
<p><a href="http://www.webnews.it/news/leggi/9558/larrivo-dellinfluenza-lo-predice-google/">Infatti</a>, scavando nei loro archivi a Mountain View hanno scoperto che <strong>con l&#8217;approssimarsi dell&#8217;influenza la gente cerca sempre di più parole ad essa correlata</strong>, sia che si tratti di medicinali da acquistare che di informazioni sulla malattia che di materiale come siringhe.</p>
<div align='center'><img style='float:none; clear:both;' src='http://www.levysoft.it/images/p1956_google_flu_trends.jpg' alt='Google Flu Trends' /></div>
<p>Oggetto di un articolo in via di pubblicazione su <a href="http://www.nature.com/">Nature</a>, questa <strong>nuova metodologia di ricerca e di previsione</strong> pare possa captare il tipo di informazioni richieste dagli utenti della Rete e di <strong>trasformarli, in caso siano riconducibili all&#8217;influenza, in grafici e mappe che riportano il possibile andamento delle epidemie a livello regionale</strong>. Google Flu Trends, inoltre, è in grado di rilevare e predirre anche la crescita o il propagarsi del virus in una certa area visto che può suddividere le ricerche in base alla loro provenienza.</p>
<p>Google, inoltre, ci tiene a precisare che per quanto riguarda il discorso <strong>privacy, tutti i dati raccolti saranno trattati come dati anonimi, per nulla riconducibili al singolo utente</strong>.</p>
<p>Al momento, nella fase beta di questo <strong>progetto ambizioso</strong>, <a href="http://www.google.org/flutrends/">Google Flu Trends</a> coprirà solo gli Stati Uniti, ma la compagnia ha intenzione di <strong>applicare il nuovo sistema non solo a tutto il mondo, ma anche ad altre malattie</strong>, contribuendo agli interventi di prevenzione!</p>
<div align="center">
<object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/ytMzI3aphmo&#038;color1=0xb1b1b1&#038;color2=0xcfcfcf&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/ytMzI3aphmo&#038;color1=0xb1b1b1&#038;color2=0xcfcfcf&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object>
</div>
<p>Da come si può vedere  dal grafico degli anni precedenti presente sulla pagina di <a href="http://www.google.org/about/flutrends/how.html">How does this work?</a> del progetto, </p>
<div align='center'><img style='float:none; clear:both;' src='http://www.levysoft.it/images/p1956_google_flu_trends_graph.jpg' alt='Google Flu Trends History Graph' /></div>
<p>sembra che l&#8217;<strong>andamento delle ricerche per le parole chiave dell&#8217;influenza e i picchi influenzali seguono le stesso trend</strong>. C&#8217;è quindi da sperare che il progetto possa risultare davvero utile.
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		</item>
		<item>
		<title>Su Flickr sono presenti 3 miliardi di fotografie: tra essere e apparire, la moda dell&#8217;iPhone mette in secondo piano l&#8217;ottica Zeiss e le risoluzioni maggiori dei Nokia</title>
		<link>http://www.levysoft.it/archivio/2008/11/11/su-flickr-sono-presenti-3-miliardi-di-fotografie-tra-essere-e-apparire-la-moda-delliphone-mette-in-secondo-piano-lottica-zeiss-e-le-risoluzioni-maggiori-dei-nokia/</link>
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		<pubDate>Tue, 11 Nov 2008 10:34:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Troise</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generale]]></category>
		<category><![CDATA[Idea Lab]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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		<category><![CDATA[iPhone]]></category>
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		<category><![CDATA[foto]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[nokia]]></category>

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		<description><![CDATA[ Flickr, con questa immagine, il 3 Novembre 2008 ha raggiunto i 3 miliardi di foto inserite nel suo enorme database fotografico, con oltre 7 milioni di utenti. Pensate che, solo un anno fa (proprio a Novembre 2007), aveva appena superato i 2 miliardi di foto, con un eccezionale crescita esponenziale e un tasso di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3050/3000000000_b3eec04b16_m.jpg" alt="3 billionth Flickr photo" /> <a href="http://www.flickr.com/">Flickr</a>, con questa <a href="http://www.flickr.com/photos/24223801@N08/3000000000/">immagine</a>, il<strong> 3 Novembre 2008 ha raggiunto i 3 miliardi di foto inserite nel suo enorme database fotografico</strong>, con oltre 7 milioni di utenti. Pensate che, solo <strong>un anno fa</strong> (proprio a Novembre 2007), aveva appena <strong>superato i 2 miliardi di foto</strong>, con un eccezionale crescita esponenziale e un <strong>tasso di crescita del 50% all&#8217;anno</strong>. Per fare un metro di paragone, si potrebbe dire che, visionando una fotografia al secondo, <strong>ci vorrebbe almeno un centinaio di anni di un individuo</strong>, senza bere, mangiare o dormire, <strong>per vedere tutto l&#8217;archivio disponibile sul popolare sito di foto-sharing</strong> (che nel frattempo, se ancora esistente, sarebbe cresciuto a dismisura).</p>
<p>In tutto ciò, <a href="http://mytech.it/web/2008/11/04/tre-miliardi-di-immagini-su-flickr/">comunque</a>, il servizio <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Flickr#History">nato</a> in Canada nel 2004 (e poi acquisito da Yahoo!) si è visto <strong>strappare lo scettro di re del photo-sharing dai ben più popolari social network alla <a href="http://www.myspace.com/">MySpace</a> e <a href="http://www.facebook.com/">Facebook</a></strong>. Quest’ultimo, in particolare, solo un mese fa aveva annunciato di aver raggiunto ben <strong>10 miliardi di immagini condivise, con una media di 30 milioni di nuove foto pubblicate ogni giorno</strong>. Flickr, però, rimane, comunque, il <strong>social-network verticale preferito dagli appassionati della fotografia di qualità</strong>, in cui i <strong>fotografi professionisti trovano la loro vetrina preferita</strong>, mentre Facebook è sempre più “generalista&#8221;.</p>
<h5>Essere o apparire</h5>
<p>Resta comunque il fatto che queste cifre sono a dir poco impressionanti e danno l&#8217;esatta misura di quanto <strong>internet riesca a permeare la nostra società</strong>, che ha <strong>sempre più voglia di mostrarsi e di condividere scatti</strong> e filmati con parenti, amici e sconosciuti, a volte <strong>trascurando anche il naturale desiderio di riservatezza</strong>.</p>
<p><a href="http://marioadinolfi.ilcannocchiale.it/">Qualcuno</a>, però, fa una giusta osservazione e ci ricorda che in questi ultimi anni, con il web 2.0, con i blog, con Flickr e Facebook, sembra che <strong>la partecipazione a qualsiasi tipo di evento sia non solo la dimostrazione di esistere ma proprio il fine ultimo dell&#8217;esistenza</strong>, tanto da far <strong>passare in secondo piano l&#8217;essere mettendo in risalto solamente l&#8217;apparire</strong>. <strong>Non basta più infatti, esserci, l&#8217;essenziale è che anche gli altri lo sappiano e ancora meglio se a saperlo è tutto il pianeta!</strong></p>
<h5>L&#8217;iPhone re dei telefonini per la fotografia</h5>
<p>A tastare però il polso della popolazione di Flickr ci sono le <strong>statistiche</strong> che rivelano come, <strong>la maggioranza delle foto e dei filmati presenti su Flickr, provengono dai videofonini</strong>: <strong>primo</strong> fra tutti, segnando un altro record invidiabile, <strong>l&#8217;iPhone di Apple, quindi seguito da Nokia e Sony Ericsson</strong>.<br />
Il fatto che l&#8217;iPhone sia prima ha stupito molti perché, in un sito dedicato anche alla fotografia professionale, sembra che agli internauti che inviano foto web <strong>non interessi avere l&#8217;ottica Zeiss e la superiore risoluzione degli apparecchi finlandesi, ma solo la facilità di pubblicazione sul web</strong>.</p>
<p>Ma, forse, potrebbe anche essere la conferma che <strong>semplicemente l&#8217;iPhone è diventato un telefonino alla moda, e in una popolazione che tra apparire ed essere, fa prevalere l&#8217;apparire senza più guardare all&#8217;essenza delle cose, è obbligatorio far ricadere la scelta sul prodotto più trendy in assoluto</strong> (senza per questo voler denigrare l&#8217;iPhone che, a mio dire, è il miglior prodotto tecnologico degli ultimi anni)!
<p class="akst_link"><a href="http://www.levysoft.it/?p=1955&amp;akst_action=share-this"  title="Invia il post via mail o salvalo in uno dei servizi di bookmarking sociale..." id="akst_link_1955" class="akst_share_link" rel="nofollow">Condividi</a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>Per un presidente degli Stati Uniti 2.0 la CNN sfodera l&#8217;inviata virtuale 3D con un collegamento olografico</title>
		<link>http://www.levysoft.it/archivio/2008/11/06/per-un-presidente-degli-stati-uniti-20-la-cnn-sfodera-linviata-virtuale-3d-con-un-collegamento-olografico/</link>
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		<pubDate>Thu, 06 Nov 2008 11:20:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Troise</dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
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		<description><![CDATA[Sarà stata colpa dell&#8217;influenza mediatica delle elezioni americane, o sarà stato a causa della nomina del primo vero presidente 2.0 della storia americana, perché presente in tutte le sue forme virtuali, dal suo sito ufficiale a Second Life, da Facebook ai blog, resta il fatto che la CNN non è stata a guardare è ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sarà stata colpa dell&#8217;influenza mediatica delle elezioni americane, o sarà stato a causa della nomina del <strong>primo vero presidente 2.0 della storia americana</strong>, perché presente in tutte le sue forme virtuali, dal suo sito ufficiale a <a href="http://www.secondlife.com">Second Life</a>, da <a href="http://www.facebook.com/">Facebook</a> ai blog, resta il fatto che la <a href="http://www.cnn.com/">CNN</a> non è stata a guardare è ha sfoderato un effetto speciale, tanto stupefacente quanto, probabilmente inutile, <strong>degno della saga di Guerre Stellari</strong>: gli <strong>ologrammi</strong>.</p>
<h5>L&#8217;ologramma dell&#8217;inviata in 3D</h5>
<p>In una <strong>maratona elettorale</strong> dove i media di tutto il mondo hanno messo in campo i migliori strumenti messi a disposizione dalla tecnologia (come, per esempio, gli schermi touchscreen) e da internet (con blog, messaggeria,  twitter, mappe, contributi generati degli utenti), il conduttore Wolf Blitzer, della CNN,  si è collegato con Chicago dallo studio virtuale per discutere con l’inviata Jessica Yellin delle reazioni alla vittoria di Barack Obama. Ma, a stupire i telespettatori, non c’era nessuno schermo in studio, bensì l’<strong>immagine tridimensionale della Yellin che è stata virtualmente teletrasportata nello studio centrale</strong> a pochi metri da Blitzer. La Yellin, come ha spiegato ai telespettatori, in quel momento veniva <strong>ripresa, al centro di uno studio semicircolare, da 44 telecamere in alta definizione con angoli diversi</strong>, e da 15 raggi infrarossi che ne hanno registrato i movimenti della corrispondente, le cui immagini poi venivano <strong>ricostruite, sincronizzate, trasmesse via satellite e, infine, rielaborate e “proiettate” nello studio centrale di Atlanta da ben 22 computer</strong>. Il video della <a href="http://www.levysoft.it/archivio/2007/09/12/ologrammi-e-giochi-di-specchio-dai-gorillaz-a-kate-moss-la-tecnica-di-proiezione-3d-si-sta-sempre-piu-affinando-sino-ad-arrivare-allincredibile-siggraph-2007/"><strong>novella Principessa Leila</strong></a> della CNN, ovviamente, ha fatto presto il giro del mondo. Eccolo qui:</p>
<div align="center">
<object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/0SIS2ZwkWDg&#038;color1=0xb1b1b1&#038;color2=0xcfcfcf&#038;hl=en&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/0SIS2ZwkWDg&#038;color1=0xb1b1b1&#038;color2=0xcfcfcf&#038;hl=en&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object>
</div>
<p><br/></p>
<h5>Motivazioni e costi del collegamento olografico</h5>
<p>Molti si chiedono l&#8217;<strong>utilità di questo collegamento 3D</strong>. Io sospetto che, forse, in <strong>un&#8217;America sgangherata e disorientata dalla crisi economica e da una guerra senza fine</strong>, l&#8217;elezione di un presidente diverso da tutti i suoi 43 predecessori doveva servire ad <strong>infondere nuovi vitalità alla nazione</strong>. E quale incoraggiamento potevano ricevere gli elettori, quegli <strong>stessi elettori di Barack Obama che guardavano al futuro con un occhio diverso e che guardavano al web come ad un efficace strumento</strong> con la capacità di aggregare masse disomogenee, se non una <strong>dimostrazione della potenza tecnologia degli Stati Uniti proiettata come non mai verso un ridente e prosperoso futuro</strong>?</p>
<div align='center'><img style='float:none; clear:both;' src='http://www.levysoft.it/images/p1951_leila_cnn.jpg' alt='Leila 3D CNN' /></div>
<p>Ma molti, però, come il <a href="http://www.chicagotribune.com/features/lifestyle/chi-election-question-cnn-1106nov06,0,7728952.story">Chicago Tribune</a>, si <strong>chiedono quanto sia venuto a costare questo collegamento di pochi minuti con un ologramma in 3D</strong>. Il network della CNN non ha ancora voluto rivelare i costi per implementare questa tecnologia, ma Andrew Orloff, il creative director di <a href="http://www.zoicstudios.com/">Zoic Studios</a>, una società specializzata in effetti speciale per la TV, film e videogames, ha dichiarato che <strong>il solo computer dedicato al rendering delle immagini e alla gestione dei 43 flussi multipli, costa non meno di 70.000$</strong>.  Inoltre, per una nuova compagnia che dovesse comprare tutto l&#8217;hardware (come le telecamere) e il software dedicato, la spesa si avvicinerebbe ai vari milioni di dollari, ma <strong>dato che la CNN dispone già di una infrastruttura numerosa di telecamera</strong>, è probabile che il costo del collegamento olografico nella notte del primo presidente nero,  si aggiri <strong>intorno i 300.000$-400.000$</strong>.</p>
<h5>Conclusione</h5>
<p>Per cui è parere umanime che, nonostante il collegamento olografico sia stato <strong>molto affascinante, per molti è stato anche perfettamente inutile, oltre che eccessivamente dispendioso</strong>; magari <strong>nel 2012 sarà normale vedere il TG1 che si collega con i propri inviati in tecnologia olografica</strong> dalle più remote località della Terra, ma al momento attuale, come già detto prima, <strong>risulta solo un tentativo, non troppo riuscito</strong> (anche se il fatto che tutti ne parlano, in parte ha sortito un effetto positivo), <strong>di sfoggiare la superpotenza tecnologica dell&#8217;America</strong>.</p>
<p><strong>UPDATE:</strong> <a href="http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/scienza_e_tecnologia/ologramma-tv/ologramma-tv/ologramma-tv.html">Secondo</a> il professore di fisica teoretica e esperto di olografia, Hans Jürgen Kreuzer, <strong>non si tratterebbe di ologrammi</strong> ma di &#8220;<strong>tomogrammi</strong>&#8220;, poiché l&#8217;intervistatore non stava parlando realmente a un&#8217;immagine tridimensionale proiettata davanti a lui, ma a uno spazio vuoto, e <strong>solo gli spettatori in tv potevano vedere la corrispondente interagire e rispondere</strong>.<br />
Un <strong>tomogramma</strong> è <strong>un&#8217;immagine</strong> che viene catturata da tutti i lati, ricostruita dal computer e quindi <strong>proiettata su uno schermo</strong>. L&#8217;<strong>ologramma</strong>, invece, viene <strong>proiettato nello spazio</strong>. Le immagini olografiche vengono generalmente realizzate usando luci come quelle del laser, ma per poter catturare l&#8217;immagine di una persona <strong>ci sarebbe stato bisogno di utilizzare un laser di grandissime dimensioni, la cui luce, però, avrebbe accecato l&#8217;intervistato</strong>.<br />
Insomma <strong>era semplicemente un effetto speciale</strong>!
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		<title>E&#8217; giusto fidarsi di Facebook? Nuove regole della UE per garantire la privacy degli utenti dei social network</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Oct 2008 14:38:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Troise</dc:creator>
				<category><![CDATA[Idea Lab]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
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		<description><![CDATA[In questi ultimi mesi Facebook ha avuto una vera esplosione di popolarità nel nostro Bel Paese. Ogni giorno non posso fare a meno di sentire colleghi di lavoro o amici che si invitano a vicenda, che si scambiano foto e video e che, mi chiedono, come mai ancora non sono su Facebook. Eh si, perché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questi ultimi mesi <a href="http://www.facebook.com"><strong>Facebook</strong></a> ha avuto una vera <strong>esplosione di popolarità nel nostro Bel Paese</strong>. Ogni giorno non posso fare a meno di sentire colleghi di lavoro o amici che si invitano a vicenda, che si scambiano foto e video e che, mi chiedono, come mai ancora non sono su Facebook. Eh si, perché finché non potrò farne a meno tenterò di starne alla larga (è recente il <a href="http://attivissimo.blogspot.com/2008/10/risucchiato-da-facebook.html">caso </a>di Paolo Attivissimo che è stato costretto ad <a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=643461254">iscriversi</a> per evitare  il rischio che qualcuno mettesse su Facebook un suo clone). Al momento, infatti, non ne vedo una vera e propria utilità ne necessità, anzi, mi sembra quasi una perdita di tempo, che rischia di <strong>disperdere il cibernauta tra taggature e inviti a giocare online</strong> (o almeno è quello che riesco ad intravedere tra i miei conoscenti) <strong>nella piazza virtuale più grande del mondo in cui ritrovare anche vecchi amici di cui si erano perse le tracce</strong> e, perché no, farsene altri nuovi sparsi per il mondo, per <strong>condividere foto, video e scambiarsi messaggi in tempo reale</strong>.</p>
<h5>Niente più barriere e distanze tra le persone</h5>
<p>Se è vero che <a href="http://www.facebook.com">Facebook</a> (ma nella lista dei grandi social network rientrano anche <a href="http://www.myspace.com">MySpace</a> e <a href="http://www.friendster.com">Friendster</a>) hanno <strong>contribuito a terminare il lavoro iniziato nel Web 1.0 di abbattere le barriere e le distanze tra le persone</strong>, è inevitabile che <strong>il fatto di essere rintracciabili da chiunque</strong> semplicemente digitando nome e cognome su <a href="http://www.google.it">Google</a>, <strong>causi la paura del &#8220;Grande Fratello&#8221;</strong>.</p>
<p><strong>Creato nel 2004 da Mark Zuckerberg</strong>, all&#8217;epoca semplice studente di Harvard, con il solo scopo di mantenere i contatti tra ex compagni di classe, <a href="http://www.facebook.com">Facebook</a> si è diffuso tanto da entrare in breve tempo tra i 10 siti più cliccati al mondo, <strong>primo fra tutti i social network</strong>: con i suoi <strong>132.105.000 utenti unici</strong> (dati di Giugno 2008) ha raggiunto il primato sorpassando il leader MySpace, con appena 117.582.000 utenti, in quanto, <strong>per ciò che riguarda la facilità di utilizzo e l&#8217;integrazione della messaggistica istantanea non ha pari</strong>. Ma in Italia, come al solito (non so se per fortuna o meno) è sempre un po&#8217; in ritardo, e solo negli ultimi mesi c&#8217;è stata una brusca accelerata: <strong>nel terzo trimestre del 2008 la diffusione di Facebook è stata così veloce che ha portato l&#8217;Italia alla guida della classifica mondiale per incremento di utenti </strong>(+135%).</p>
<h5>Rischio Privacy per Facebook</h5>
<p><strong>Ogni utente ha una propria pagina e sceglie a chi renderla visibile</strong>, con buona pace sull&#8217;effettiva tutela della privacy. <strong>Ma il fulcro di Facebook non sono gli utenti, bensì i gruppi</strong>, vere e <strong>proprie comunità interne</strong>, quasi microcosmi o fan club che spaziano in tutti gli interessi possibili e sono gli utenti che decidono a quale gruppo aderire o quale gruppo creare.</p>
<p>Il problema è che le <strong>piazze virtuali</strong>, più che quelle reali, si <strong>prestano maggiormente all&#8217;uso indiscriminato e senza regole dei dati personali</strong>. E&#8217; questo che, dall&#8217;Unione Europea, durante la 30ma <a href="http://www.coe.int/t/dc/files/events/internet/default2008_EN.asp?">Conferenza internazionale delle Autorità</a> per la protezione dei dati personali tenuta a Strasburgo, <strong>78 Garanti della privacy di tutto il mondo</strong> il 17 Ottobre 2008 si sono riuniti, per approvare un <strong>documento comune che tutti i social network</strong> (compreso, quindi, <a href="http://www.facebook.com">Facebook</a>) <strong>dovranno rispettare per non incorrere in sanzioni</strong>. Quella del social network, sembra incredibile a dirsi, è l&#8217;<strong>emergenza più evidente della rete, che mette a rischio la privacy di milioni di cittadini</strong>.</p>
<p>Per <a href="http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/scienza_e_tecnologia/facebook-pubblicita/privacy/privacy.html?rss">capire</a> quanto la nostra privacy sia a rischio, e potete provarlo voi stessi, se volete <strong>sapere se un amico è registrato su Facebook senza dovervi registrare</strong> è sufficiente, digitare il nome del vostro conoscente su un qualsiasi motore di ricerca accompagnato dalla parola &#8220;Facebook&#8221; e, se registrato e maggiorenne, quasi certamente potrete trovare la sua scheda pubblica collegata al noto social network. <strong>Da sabato 25 Ottobre 2008 non sarà più possibile trovare profili personali su Facebook utilizzando semplicemente i motori di ricerca</strong>: certo nulla vieta di registrarsi con un account fake per scandagliare i vari siti di social network, ma almeno si saranno ridotte le possibilità. Ma andiamo nel dettaglio delle decisioni prese dalla.</p>
<h5>Perché fidarsi di Facebook?</h5>
<p>E&#8217; pur vero che <strong>le nuove tecnologie</strong>, oltre ad essere una indubbia opportunità per aprire le porte del successo o semplicemente alle nuove amicizie, <strong>sono anche fonte di nuovi problemi in quanto nessuno ha mai previsto tutte le insidie, soprattutto per la privacy</strong>. In particolare, questo documento, <strong>invita gli utenti del social network a tenere d&#8217;occhio i propri dati personali </strong>(per esempio, <em>i minorenni non dovrebbero mai rendere noti indirizzo di casa e numero di telefono</em>), ricorrendo, magari, <strong>all&#8217;uso di uno pseudonimo</strong>. In realtà se da un lato l&#8217;uso di nickname proteggerebbe la propria privacy e <strong>limiterebbero, anche se non escluderebbero, l&#8217;uso illecito dei dati</strong>, dall&#8217;altra <strong>vanificherebbe lo scopo ultimo di Facebook</strong>: quello, cioè, di trovare vecchi amici o compagni di classe di cui si erano perse le tracce, <strong>grazie all&#8217;indicizzazione, capillare, della maggior parte degli esseri umani</strong>! Una sorta di <strong>database del genere umano, compilato su base volontaria</strong>: ogni giorno ricevo email o richieste verbali di iscrizione a Facebook. So che a farmela non sono qualche Grande Fratello come lo Stato o Google, ma semplicemente dei miei amici: <strong>perché dunque non fidarsi?</strong> Ebbene, io di loro mi fido: ma <strong>c&#8217;è da fidarsi dei gestori di Facebook?</strong> E se ci si può fidare di loro, si nasconde sempre l&#8217;eventualità che qualche <strong>utente malintenzionato possa approfittare delle informazioni personali messe sul mio profilo pubblico</strong>.</p>
<h5>Le regole per i gestori dei siti di social network</h5>
<p>Ma, oltre ad informare gli utenti dei social network, i Garanti hanno avuto anche il compito di <strong>avvisare i provider</strong> di <a href="http://www.facebook.com">Facebook</a> o altre agorà virtuali, che devo avere una <strong>speciale responsabilità verso tutti gli utenti</strong>, iniziando dal fatto che <strong>questi devono essere informati in modo chiaro ed esaustivo circa le possibili conseguenze a cui potrebbero andare incontro pubblicando informazioni sulla loro persona </strong>(tra queste spicca <strong>anche la consuetudine dei datori di lavoro che utilizzano i social network per valutare i candidati o controllare la condotta dei propri impiegati</strong>).<br />
Inoltre, tra le raccomandazioni, i provider devono prestare attenzione a <strong>usi diversi da quelli principali, come quelli di marketing</strong>, e devono tenere sempre <strong>alto il livello delle misure di sicurezza per scongiurare intrusioni negli archivi</strong>. Quindi, devono sempre ricordare agli utenti che è sempre possibile, in qualsiasi momento, <strong>esercitare il diritto</strong>, in caso di irregolarità, <strong>di correzione o di cancellazione definitive, delle informazioni registrate</strong>.<br />
Infine, un&#8217;altra raccomandazione molto importante, è il <strong>diritto all&#8217;oblio</strong>, ovvero che <strong>i dati degli utenti devono essere resi accessibili ai motori di ricerca solo quando esiste un consenso esplicito e informato della persona interessata e non devono essere automaticamente divulgati su internet</strong>. Ciò significa che, per impostazione predefinita, tutti i social network dovranno rendere inaccessibile ai motori di ricerca tutti i dati sensibili dei propri utenti, a meno che il loro consenso non sia chiaramente espresso.</p>
<h5>Conclusione</h5>
<p>Queste <strong>nuove regole cambieranno le carte in gioco </strong>e credo che nei prossimo mesi assisteremo ad una <strong>flessione delle utenze registrate su siti di social network</strong>, spaventate dalla possibilità che la propria privacy venga violata. E&#8217; anche vero, però, che <strong>è giusto educare le persone su pericoli perché quando si naviga sul web, bisogna essere coscienti dei rischi</strong> che si incorrono quando si diffondono avventatamente i propri dati sensibili. Il problema è: <strong>saranno sufficienti queste nuove regole per tutelare il navigatore?</strong>
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