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Liberalizzazione dei domini: siamo sicuri che sia un vantaggio? Riflessioni su i pro e i contro della personalizzazione dei suffissi di internet!

Tutti non fanno che parlare positivamente della liberalizzazione dei domini decisa dell’Icann (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers), la società californiana ancora controllata dal Dipartimento del Commercio Usa, che gestisce l’assegnazione degli indirizzi internet, che recentemente ha approvato all’unanimità la proposta di permettere agli utenti di registrare domini di con estensioni di ogni tipo, allentando di fatto le regole finora ferree che permettono solo domini legati ai nomi dei paesi (.it, .uk), al commercio (.com) o alle organizzazioni (.org,.net).

Il presidente del comitato Icann, Peter Dengate Thrush, ha così commentato:

“E’ un cambiamento storico poiché rivoluzionerà il modo in cui Internet appare e funziona”.

Infatti se sino ad oggi era possibile registrare un dominio solo con uno delle 250 estensioni disponibili, ora, invece, sarà possibile creare un indirizzo internet che dopo il punto può finire, letteralmente, con una qualsiasi parola, e in qualsiasi lingua e carattere, anche in russo, arabo o in cinese mandarino.

La ricchezza dell’Icann

Se questa è sicuramente una grande novità, per il web che apre scenari commerciali più vasti, molti operatori del settore, però, si sono chiesti a cosa era dovuta questa apertura dell’Icann, conoscendo la ben nota rigidità dell’organismo dimostrata in passato.
Il dubbio è stato subito sciolto quando si è venuto a sapere che, con questa abile manovra, nelle casse dell’Icann (ricordiamo che è un ente no-profit),che guadagna una percentuale su ogni registrazione, entreranno molti più soldi, in due modi:

  1. Attualmente esistono 162 milioni i nomi recensiti, di cui più della metà in .net e .com, per un totale di circa 250 estensioni. Se le estensioni diverranno virtualmente infinite, significherà che assisteremo ad un vero e proprio boom di registrazioni domini anche multipli. Ovviamente, siccome all’Icann saranno riconosciuti i diritti per ogni dominio creato, assisteremo anche ad un esponenziale arricchimento di questa società, che, ricordiamo, è solamente la punta dell’iceberg di una piramide di oltre un migliaio di partner, tra registri internet nazionali e fornitori di servizi di rete piccoli e grandi.

    Infatti, un’azienda, che vuole proteggere il proprio brand, tenderà (come già accade adesso) a registrare il proprio dominio con diversi sinonimi della propria attività e, magari, anche nelle diverse lingue dove si estende il suo mercato.
    Quindi, per esempio, una azienda di scarpe, se oggi poteva registrare il nome nomeazienda.com da domani sarà costretta a registrare anche i domini nomeazienda.shoes, nomeazienda.scarpe, nomeazienda.calzature, nomeazienda.stivali, nomeazienda.chaussures (in francese), nomeazienda.鞋子 (in lingua cinese), nomeazienda.ботинки (in russo), nomeazienda.zapatos (in spagnolo) e così via.

  2. La creazione di un dominio, purtroppo, non sarà alla portata di tutti. Infatti, il costo di una pratica di registrazione di una nuova estensione, secondo i calcoli dell’Afnic (l’autorità che gestice i domini francesi) potrebbe arrivare a decine di migliaia di euro (c’è chi crede che possa arrivare anche a più di 100.000 dollari), per cui potranno usufruirne solo le società con una buona situazione finanziaria.
    La scelta di imporre un prezzo così alto sarebbe motivata dalla necessità di non incentivare la creazione di migliaia di nuove estensioni di dominio, creando una vera e propria barriera di ingresso di certo non alla portata di un singolo utente di passaggio!

Ovviamente questa liberalizzazione avrà anche innegabili vantaggi, come il fatto che tutte le grandi e piccole città e i grandi e piccoli gruppi economici, potranno avere una loro sigla, e consentirà a comunità e soggetti commerciali di esprimere le proprie identità online: avremo così domini .roma, .milano, .londra (.london) e .newyork (o.nyc).

Libertà di espressione o anarchia?

Per molti la liberalizzazione dei domini dell’Icann significa un grande passo avanti per la massima libertà di espressione. Ma siamo sicuri che, oltre ad un inverosimile arricchimento delle casse dell’Icann, non si darà vita ad una grande confusione in una realtà distopica di internet?
Con la possibilità di creare più domini che indicano gli stessi settori di servizi, come quello bancario, l’utente finale come potrà discernere l’autenticità di un sito piuttosto che di un altro? Ciò ovviamente andrà a tutto favore delle truffe online con un esplosione di pishing all’ennesima potenza (anche se. almeno inizialmente, il fenomeno non sarà molto diffuso dati i costi molto alti di un registrazione di un nuovo dominio).

La difesa del brand

Prendiamo il caso di una banca che sarà costretta a scegliere tra diversi domini: nomebanca.banca, nomebanca.bank, nomebanca.credito, nomebanca.istitutodicredito, nomebanca.staitranquillosiamoquelliveri!
E l’utente finale, che strumenti avrà per capire un sito fasullo da uno reale? Già adesso siamo invasi da siti di banche e delle Poste Italiani taroccati: cosa accadrà in futuro? Come faranno le società ad impedire l’accapparamento di “false estensioni”, come già succede ora con il vecchio sistema, ma ovviamente il tutto all’ennesima potenza?
E’ evidente, quindi, che la difesa del brand da parte delle grandi aziende sarà ben più difficile e costosa di quanto non lo sia oggi.

Il dominio non sarà più un suffisso ma l’essenza di un brand

C’è da dire, però che, per evitare il caos, l’Icann ha comunque adottato una mozione che prevede la possibilità “di limitare l’abusiva registrazione di nomi per gli indirizzi web“. Infatti i nomi dei grossi marchi commerciali dovrebbero essere protetti per impedire che qualche speculatore possa acquistarli per poi rivenderli ai diretti interessati a cifre astronomiche. Quindi, il dominio “.cocacola” potrà essere registrato soltanto dalla multinazionale che produce la bevanda.

Questo significa che, tornando alla famosa banca, questa potrà registrare un dominio .nomebanca e nessun altra banca potrà usarlo. Ma siamo sicuri che questo non possa creare altrettanta confusione e disorientamento?
Se adesso siamo abituati a considerare il dominio come un suffisso di non molta importanza, se non per indicare un dominio generico di primo livello (.com, .net e .info), una organizzazione senza fini di lucro (.gov e .edu) o un country code top level domain (.it, .us. .uk etc), in futuro sarà molto importante considerare il dominio la vera parte essenziale di un indirizzo internet e il nome di primo livello come un descrittivo.
Insomma, se è vero che una società può comprarsi con migliaia di dollari un dominio, allora il nome di primo livello (a.ext) diverrà come è adesso il nome di secondo livello (b.a.ext). E’ presumibile, quindi, che chi si comprerà un dominio .nomebanca farà in modo che qualsiasi cosa venga messo prima, possa essere ridirezionato verso il dominio principale.

La babele dei linguaggi

Per non parlare poi della, oltremodo giusta ma inquietante, liberalizzazione della lingua e dei caratteri: infatti, sarà possibile registrare domini con qualunque carattere, compresi quelli cirillici o arabi o gli ideogrammi cinesi, che fino a oggi dovevano passare attraverso traslitterazioni per essere utilizzati online. Oltre ad una certa confusione iniziale per abituarsi ai nuovi domini personalizzati, andrà anche ad aggiungersi qualche dubbio quando ci troveremo a dover scrivere un indirizzo web in cinese o in cirillico!

Una rete poliglotta e personalizzata

Insomma, la rete che verrà sarà sempre più poliglotta e personalizzata fino all’inverosimile. Infatti, sarà possibile per le società cambiare dominio per riflettere il proprio nome (Apple.com potrebbe diventare Apple.mac), per le singole persone (magari le più facoltose visti i prezzi) comperare domini con il proprio nome e cognome (per esempio mario.rossi) o, perché no, anche con il codice fiscale (in modo da renderlo davvero univoco) o magari, per i matematici, con le prime 10 cifre del pi greco.

Come si comporteranno i motori di ricerca?

Infine, sarà anche molto interessante vedere in che modo i motori di ricerca si regoleranno nel dare importanza alle estensioni di dominio: se fino ad ora vi è stata una sorta di scaletta di credibilità (sinteticamente: prima i domini .edu e .gov perchè credibili e spam free, poi gli altri), alla luce di questa innovazione quale sarà l’orientamento seguito dai motori?

Uno scenario plausibile

Con queste previsioni è facile pensare che Internet, sinora relativamente ordinata su un numero limitato di domini, affogherà nel caos incontrollato di una esplosione di nomi conflittuali. Ma io credo che presto potremmo assistere a questo scenario plausibile: i domini tradizionali saranno nel tempo abbandonati in favori di quelli personalizzati. Dopo qualche anno, però, le grandi aziende si metteranno daccordo per stilare una sorta di regolamento interno per cui, dovrà esistere un solo dominio per ogni ragione sociale. Così tutte le banche sceglieranno, per esempio, di usare il dominio .bank mentre tutti gli altri non dovranno essere accettati. In tal modo il cliente saprà univocamente quale indirizzo internet è giusto o meno.
Insomma credo che si instaureranno, autonomamente, dei regolamenti privati per cercare di limitare questa liberalizzazione che tanto sembra avere il sapore della anarchia.

A quando i domini personalizzati?

In ogni caso, la data più probabile per l’effettiva entrata in funzione dei nuovi domini sarebbe il secondo semestre del 2009 e sarà attuata con l’entrata in vigore della nuova generazione di indirizzi (Ipv6), che permetterà un numero staordinariamente più grande di indirizzi (considerate che lo stock attuale, che utilizza il protocollo Ipv4, dovrebbe esaurirsi tra il 2010 e il 2011).