I dilettanti della fotografia con i microstock mettono in crisi le grandi agenzie di stock photography come Corbis e Getty Images

Stock Images Fotoamatori contro professionist: il popolo di internet fa tremare un altro mercato. E’ quello della stock photography, la linfa che alimenta il commercio d’immagini d’archivio, foto storiche e scatti generici al servizio di pubblicitari e case editrici, per un giro d’affari di oltre 2 miliardi di dollari l’anno.

Il successo delle comunità online per appassionati di fotografia digitale, prima fra tutte Flickr.com, controllata da Yahoo!, ha stimolato infatti la nascita di un nuovo tipo di siti, i cosiddetti portali del microstock, che fanno leva su dilettanti e semi professionisti per offrire concorrenza a prezzi stracciati. Il fenomeno cresce tanto rapidamente che ha già messo in allarme le più potenti agenzie fotografiche mondiali, perché il differenziale di prezzo è abissale: 200 dollari in media per un’immagine d’archivio tradizionale contro 1-2 dollari sui siti di microstock.

Il paradosso della situazione è che nel corso dell’ultimo decennio il settore della fotografia di stock è già passato attraverso una dolorosa rivoluzione: il consolidamento di centinaia di piccole agenzie in una manciata di colossi multinazionali. Getty Images, fondato da Mark Getty, uno dei rampolli della mitica famiglia di petrolieri americani, è il numero uno, con un fatturato di 807 milioni di dollari nel 2006. Corbis, di Bill Gates, nonostante un fatturato più modesto (251 milioni di dollari), vanta invece la collezione più vasta (oltre 100 milioni di immagini) ed è il marchio senza dubbio più celebre.

Questi golia, grazie alle risorse finanziarie, hanno messo il turbo alla conversione digitale del settore, trasformando i vecchi archivi in database elettronici, che possono essere setacciati con motori di ricerca specializzati, senza più bisogno di spedire avanti e indietro stampe e diapositive alla clientela.
All’efficienza dell’approccio tecnologico hanno poi unito grandi economie di scala. Corbis ha fatto incetta di immagini storiche, con un turbinio di acquisizioni che includono gli archivi americani Bettman, quelli della Sigma francese e della Zefa tedesca. Getty è cresciuta ancora più rapidamente, fino ad arrivare a controllare addirittura il 40% del mercato.

Eppure nonostante una realtà ai limiti dell’oligopolio, i risultati sono deludenti. Corbis, in 17 anni di attività, non ha generato un solo dollaro di profitto. Getty Images, società quotata in borsa, è invece in attivo, ma ha visto il valore del titolo crollare di oltre il 40% in un anno.

Ed è qui che entrano in gioco i David del microstock: società come Fotolia, Dreamstime, Shutterstock, più dozzine di concorrenti minori.
La strategia che hanno in comune è quella di non spendere un soldo per acquistare diritti esclusivi o creare foto ex novo, puntando invece a commercializzare un oceano di immagini fornite dal pubblico (foto che gli autori stessi caricano sui siti), grazie a sistemi di ricerca e compravendita online.

La reazione dei grandi la dice lunga: Getty Images ha comprato l’anno scorso iStockPhoto, assicurandosi una posizione di rilievo sul mercato del microstock. Corbis ha invece appena annunciato un avvicendamento al vertice: il nuovo amministratore Gary Shenk, in una dichiarazione, ha prontamente ammesso: “Sulle pagine internet di Flickr ci sono cose più innovative che alla Corbis o alla Getty!

[via L'Espresso 21 Giugno 2007]


3 Commenti to “I dilettanti della fotografia con i microstock mettono in crisi le grandi agenzie di stock photography come Corbis e Getty Images”

  1. 1
    Gerlando ha detto

    Ottimo post Antonio;
    Mark Getty e Bill Gates, ambedue stramiliardari inopinatamente battuti da “siti amatoriali” e ex tali come Flickr.
    Ma la domanda che mi pongo è: cosa causa il successo di un servizio? I soldi spesi per costruirlo/pubblicizzarlo (la qualità la diamo per scontata)? Il fatto di essere in un determinato momento centro di interesse per molte persone?
    Cosa fa, secondo te, la differenza di successo tra flickr ed un altro sito di galleria digitale come, per esempio, questo http://www.studiando.it/usweb/.....elcome.asp
    che trovo altrettanto valido?
    Ciao…

  2. 2
    Antonio Troise ha detto

    @Gerlando: io credo che sia la community a decretarne il successo… come ogni cosa che gira intorno al famigerato web 2.0… se sei il primo ad offrire un determinato servizio, usi la lingua inglese e lo fai in maniera decente sfruttando tag, ajax, etc, allora si raduneranno così tante persone intorno al tuo servizio che poi auto-innescherà un altro processo: la comunità. Inizia il passaparola, si creano gruppi, ed ecco che l’attenzione inizierà a focalizzarsi sul nuovo servizio che ha avuto l’ardire di creare qualcosa che nessuno pensava potesse servire ma una creato è impossibile farne a meno. Il trucco sta nel creare esigenze: io a casa uso Picasa e per gestire foto mi basta e avanza ma da quando c’è Flickr è impossibile non usarlo per condividere foto con gli amici, senza inviare per forza decine di mega di foto in allegato alle mail.
    Ecco il trucco, credo, sta proprio nel creare esigenze prima di altri!

  3. 3
    Gerlando ha detto

    @Antonio Troise:
    “Creare esigenze” tu dici… questo è uno
    leit-motiv che sottostanno al marketing moderno. Ma ciò che non viene realizzato quando si parla del “creare esigenze” è che per far ciò le campagne marketing utilizzano milioni di euro/dollari per pubblicizzare l’oggetto/servizio in questione. Se utilizzi il marketing per “lanciare” un qualcosa hai bisogno di fondi per “indurre” gli utenti ad utilizzarlo. Ma myspace, per esempio, o youtube, raccoglie piu creare le esigenze di un pubblico che, anche se non sono ancora manifeste, sottostanno al “bisogno” (concedimi il termine) di parecchi utenti.
    Alfine dunque, secindo me, porta al successo un servizio piu che un altro, il fatto di raccogliere le esigenze di un determinato pubblico, ripeto anche se non manifeste, e portarle ad una visibilità tale, ed è questo il punto cruciale, che raggiunga quel pubblico dal quale quel determinato servizio è visto come “necessario”. In fin dei conti ogni gallery (riprendo l’esempio precedente) è sempre soltanto una gallery tranne che…tante persone la sentono come necessaria e (casualmente?) si ritrovano ad utilizzare lo stesso servizio creando così la community di cui parli tu. ;)

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