L’altra faccia di Google

Sapevate che il primo logo di Google era stato fatto grazie a Gimp, ovvero la versione open source del commercialissimo Photoshop? Oppure che ai suoi dipendenti concede il venti per cento del tempo lavorativo per sviluppare quello vogliono? E’ così che sono nati molti progetti innovativi, come Gmail! Non tutti sanno però che Google è diventato quello che tutti conoscono grazie agli hacker che lo hanno spesso inneggiato, ammirato, e quasi contemplato. Ma sembra che i tempi stiano cambiando e nell’ultimo convegno annuale italiano di hacker, l’Hackmeeting, anche loro iniziano a diffidare di Google, tanto da scrivere un libro: “The dark side of Google” in uscita per Feltrinelli alla fine dell’anno.
In calce riporto l’articolo tratto da Repubblica
. “Quello che nessun utente sa, o meglio non vuole sapere”, dicono i partecipanti alla comunità Ippolita, “è sotto gli occhi di tutti: i nostri dati, le email che usiamo, ciò che scriviamo, vengono archiviati ed elaborati da Google per ricavarne informazioni sui gusti, gli stili, le abitudini, per poi usarli per sé o rivenderli a terzi” e aggiungono “la cosa interessante e inquietante è che a Google non interessa associare le informazioni a una persona specifica. A lui non interessa che la tal cosa sia stata scritta dalla tal persona alla tal altra. Ma interessa cosa è stato scritto, e da quanti è stato scritto. Quante volte è stato usato quel tipo di email e non un altro: a lui interessa la quantità di volte che un elemento è ripetuto, non necessariamente la relazione che quell’elemento intrattiene con gli altri. In questo modo non viola legalmente alcuna privacy individuale, semmai quella collettiva, che però non è difesa da nessuna legge. Tanto più che ogni singolo utente accetta esplicitamente l’uso che Google farà dei suoi dati”.
E chi dovrebbe difendere la privacy collettiva? “Si può solo dire che il governo americano ha più volte chiesto a Google di prendere visione dei suoi database, ma per diversi motivi, non è mai riuscito a farlo”.


“Un altro esempio? Google Desktop Search. Un piccolo software gratuito capace di cercare qualsiasi tipo di file nel computer sfruttando le potenzialità dei propri algoritmi. Ma di fatto scandagliando informazioni direttamente sul computer dell’utente”.
Non basta? Sotto accusa anche la stessa catalogazione delle pagine web. Proprio il punto forte di Google. Affermano gli autori del libro: “Google non indicizza tutte le pagine. E’ un errore crederlo, e un inganno dirlo. E’ difficile dare un percentuale delle pagine non considerate da Larry, Sergey & Co, ma un’indicazione ragionevole sta tra il 20 e il 30%”.
E non è finita qui. “Davvero Google trova quello che noi cerchiamo?” si chiede provocatoriamente la comunità Ippolita. E la risposta, altrettanto provocatoria, è: no. “Google offre la possibilità di trovare fra le prime pagine dei risultati quello che l’utente medio cerca, ma non quello che io sto cercando. Il risultato è tecnologicamente impressionante, ma porta con sé l’idea che quello che cerco sia esattamente quello che Google mi offre. Non è così. Ormai non è più Google che si adegua alle mie esigenze, ma io che mi adeguo a quelle dell’utente medio”.
“Google è di fatto un monopolio”, concludono, “e il suo modello di business funziona se tale rimane, ma è fragile. Non perché esistano attualmente dei validi sostituti, ma perché gli utenti possono essere informati, diventare più consapevoli e quindi scalfire quell’immaginario che fa di Google il non plus ultra, ma su cui si basa essenzialmente il suo successo”.

[via Repubblica]


Un Commento to “L’altra faccia di Google”

  1. 1
    Juspolo ha detto

    alla fine tutti noi ci siamo adeguati al modello di vita dell’uomo medio no?
    è forse giusto anche queto?

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